Einaudi versus Keynes

Francesco Forte, successore di Luigi Einaudi nella cattedra di Scienza delle finanze a Torino, ha scritto un libro di cui c’era davvero bisogno, sotto mille profili. Il titolo è bellissimo e mai fu più azzeccato in materia: “Einaudi versus Keynes”, appena pubblicato da Ibl Libri, la casa editrice dell’Istituto Bruno Leoni.

Nel corso della presentazione presso la Fondazione Einaudi di Roma, la discussione è inevitabilmente caduta sulla questione se Keynes possa essere considerato un liberale, atteso che Einaudi senza alcun dubbio lo è. Il professor Forte, sulla specifica questione, ha mostrato una certa propensione a considerarlo tale, in quanto Keynes difendeva la libertà di pensiero e degli stili di vita, e sfoggiava una mentalità che oggi definiremmo libertaria. Altri intervenuti hanno obiettato all’autore che forse questo aspetto della figura di Keynes non bastava a giustificarne la definizione di liberale vero e proprio. Infatti, come il libro documenta in modo inequivocabile, la pensava all’opposto di Einaudi non su questioni di dettaglio, ma, sottolinea Forte, sulla “concezione teorica, antropologica, economica”.

Quanto a me, che considero fondamentale la questione non solo rispetto a Keynes ma anche, in generale, con riguardo all’essenza stessa del liberalismo e del qualificarsi, specie in Italia, liberali, ho osservato quanto segue: “Keynes non deve essere considerato un liberale perché, o nelle intenzioni o nei risultati, egli ha fornito ai governanti la legittimazione ad agire senza limiti nel manipolare il sistema economico-politico, fornendo loro una base teorica falsa in sé e falsata da scopi astrattamente coerenti”. Il professor Forte, in 334 pagine tanto compatte quanto nitide, compie il sistematico raffronto tra le due concezioni della vita, non solo dell’economia, dei due pensatori; tra “l’uomo intero” di Einaudi e “l’uomo scisso” di Keynes. Chi è l’uomo intero? Einaudi lo definisce così: “Un complesso e misterioso miscuglio di istinti egoistici e di sentimenti morali e religiosi, di passioni violente e di amori puri”. È in sostanza, aggiunge Forte, “l’uomo comune, l’uomo medio vero delle varie classi sociali”. È quest’uomo il protagonista del liberalismo ortodosso, che Forte chiama “liberalesimo, con o senza neo”.

Al contrario, l’uomo scisso di Keynes è una sorta di maschera, direi quasi una “persona” in senso teatrale, un attore, cioè il tipo di personaggio sulla scena dell’economia che, ora investitore, ora risparmiatore, ora consumatore, recita una parte alla volta, dividendosi e separandosi secondo uno schema che sembra funzionare perché disconnette le altre parti in commedia. Ma la vita morale ed economica non è una commedia scritta a tavolino, sebbene di Cambridge. Proprio della vita reale il libro affronta i grandi temi, anche italiani, di oggi, e dimostra che crescita e rigore vanno di pari passo; che l’inflazione è un male; che nessun duraturo progresso economico può essere costruito sui debiti e sull’imprevidenza; che le imposte elevate sono un freno all’economia nazionale e alla libertà individuale; che il pareggio di bilancio, trionfo dell’etica della realtà e della responsabilità, deve essere perseguito diminuendo le spese insostenibili anziché aumentando le entrate possibili. Einaudi segue la ragione pratica; Keynes, il razionalismo astratto. Come affermava Adam Smith, “ciò che è saggezza nella gestione di ogni famiglia, difficilmente può risultare follia nel governo di un grande regno”.

In conclusione, un gran bel libro, da comprare, leggere, regalare subito. Gli italiani, specie i governanti (di ogni colore politico ahimè), sono intrisi di keynesismo ovvero di quella sua patina che li fa sentire autorizzati a manomettere l’economia con l’intento di aggiustarla.