Le conseguenze  del referendum inglese

Gli inglesi si sono espressi: “Fuori!”. Uscire dall’Unione europea per gli inglesi significa mettere a rischio circa 12 milioni di sterline, frutto del commercio agevolato in un’ampia area commerciale; eppure a molti cittadini questo sembra interessare poco. È una convinzione comune che siano molti di più i soldi spesi per Bruxelles che quelli guadagnati in favore di un sempre più nebuloso progetto europeo. Per questo motivo i governi europei temono che il Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, possa causare un effetto domino molto pericoloso in un momento come questo, in cui le forti tensioni sociali, legate alla paura del terrorismo internazionale, il malcontento per la forte immigrazione e la crisi economica, faranno senz’altro pendere non poco l’ago della bilancia dalla parte di coloro che vorrebbero rinnegare il voto del 67 per cento dei britannici che nel 1975 furono favorevoli al mercato comune. È puerile pensare che le istituzioni britanniche non paventassero i risultati referendari. Il sospetto è che essi avessero “già deciso” che convenisse restare soli. Del resto la Corona è grande, soprattutto territorialmente. Non è uno scoglio alla deriva. I suoi interessi toccano tutte le ex colonie dell’Impero.

La Gran Bretagna è, ancora oggi, una potenza commerciale mondiale per un insieme di fattori: lingua, fuso orario, estensione extranazionale (grazie alle ex colonie) e cultura ma, soprattutto, la stabilità politico-culturale della Corona. Dopo il voto, entro due anni le istituzioni dovranno ratificare la decisione dei cittadini. Ma quali sarebbero le conseguenze dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione? L’effetto Brexit si acuirà immediatamente nel 2017, a causa delle imminenti elezioni in Francia e in Germania, col rischio reale di passate all’effetto “exit”. Naturalmente, gli inglesi chiederanno l’applicazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, il quale prevede la clausola di recesso dall’Unione europea. Se entro due anni le istituzioni di Londra e quelle della Ue non arriveranno a un accordo approvato dal Parlamento inglese, dal Consiglio europeo e da Strasburgo, l’uscita diventerà comunque effettiva. Viceversa, se gli inglesi voteranno a favore della permanenza del Paese nell’Unione, è molto probabile che quest’estate Bruxelles proporrà delle riforme, con la probabile approvazione di un’Europa “a due velocità” chiesta da Londra, tanto sensibile dal fatto che l’Europa sia guidata oggi dalla Germania.

Tra un anno, la presidenza del Consiglio europeo data alla Gran Bretagna, non farà che dar voce a quelle esigenze che, comunque, bisogna ricordarlo, sono pur sempre nazionali. Sì, perché quest’Europa è sempre più lontana dal progetto di Spinelli in quanto sembrano sempre e comunque prevalere le necessità delle politiche nazionali e delle corporazioni locali. In precedenti articoli citavo ampiamente il progetto degli Stati Uniti d’Europa. È impossibile pensare ad un avvicinamento federativo come per gli Usa, la Russia o l’India. La nostra è una storia sostanzialmente nazionale e in parte nazionalista. Impossibile prevedere che, sul breve periodo, le stellette sul drappo azzurro diano luogo ad una grande assemblea costituente. Troppi gli interessi di parte ancora in gioco e troppe le pressioni esterne: un’Europa unita non converrebbe alla Russia, che già teme il progressivo “rosicchiamento” degli Stati limitrofi (si veda la contesa sull’Ucraina), la Cina e gli stessi Stati Uniti d’America, ai quali è sufficiente la Gran Bretagna come grande interlocutore storico-politico. Storico, in quanto gli statunitensi lasciarono l’Inghilterra da inglesi, per ampliare le loro tasche e le loro menti, pur restando sempre a stretto contatto con la “vecchia mamma”; politico, poiché la suddivisione dei poteri nel mondo (Jalta docet) è ben chiaro e alla Gran Bretagna “toccava” l’Europa; ma poi ci si è messa di mezzo, ancora, la Germania.

In un modo o nell’altro la partita europea (e non parlo degli Europei di calcio) è lungi dall’essere conclusa e, com’è prevedibile, si andrà certamente ai rigori.