L’Occidente come il cane di Mustafà

Se qualcuno non se ne fosse accorto, nel mondo ammazzano in nome di Allah e generalmente prendono di mira gli infedeli occidentali ovunque essi si trovino. Questo è un fatto, poi le chiacchiere giustificazioniste stanno a zero: il nemico si annida ove meno ce lo aspettiamo ed è insidioso perché silente, crudele perché fanatico, infido perché ben integrato nella nostra società.

Per molti non si tratta di una guerra di civiltà, né tantomeno di una guerra di religione ma di un fatto tutto interno alle varie multinazionali del terrore (Al Qaida e Isis), all’eterna rivalità tra Sunniti e Sciiti per prevalere nel mondo islamico. A margine ci sarebbe tutto un mondo di brava gente che va sotto il nome di Islam moderato che è ben altro rispetto ai tagliagole. Ma quanto sono bravi i fautori di questa teoria e quanto profondamente conoscono le dinamiche che fanno girare il mondo. Meno male che ci sono loro, perché altrimenti prevarrebbe la vulgata anti-maomettani, quella rozza teoria che rifiuta l’integrazione e che non comprende un bel niente rispetto alla teoria delle mescolanze dalla quale può nascere solo pace, ricchezza e nuova linfa culturale. Per costoro, evidentemente, il fatto che ammazzino gridando che “Allah è grande” e che prendano di mira gli occidentali è un puro caso, una strategia diversiva.

Bisogna comprendere l’altro, per dinci, capire le dinamiche universali, santa pace, muoversi con una certa eleganza nelle dinamiche mondiali, porca paletta. Poi, a tempo perso e come gesto di generosità, piacerebbe che questi profondi conoscitori delle dinamiche internazionali spiegassero a noi poveri mortali una serie di perché che proprio ci sfuggono. Anzitutto, sarà anche vero che esiste una guerra tutta interna al mondo islamico, ma è altrettanto vero che il fine ultimo, indipendentemente da chi prevarrà, è quello di accopparci.

A noi quindi pare che la ragione sociale dei vari gruppi in lotta sia la medesima e cioè quella di dominare l’Occidente vergando di sangue le gole degli infedeli, magari dopo aver consumato la lotta per l’egemonia nel mondo islamico. Possiamo anche giocare a trovare profonde ragioni sociologiche nelle dinamiche interne ai gruppi estremisti islamici, ma non possiamo certo nasconderci il fatto che, in ultima istanza, trattasi di mere divergenze politico-operative sul modo migliore per farci fuori. Consumata tale banale argomentazione, sarebbe opportuno passare ad analizzare la possibilità che i vari gruppi dediti alla pratica del coltello, magari non contemplino tra le eventualità quella di integrarsi o di convivere pacificamente col resto del mondo. La conseguenza logica di un simile assunto porterebbe a domandarsi quale sia il modo migliore di porsi rispetto ad un simile atteggiamento. Continuare forse col dialogo? Continuare con l’ambiguità verso gli Stati che li proteggono e li finanziano? Fare una bella fiaccolata? Esortare alla redenzione gli sciroccati che nelle nostre società aderiscono a questi mostruosi conciliaboli? Convocare una bella conferenza stampa in cui diciamo la solita vacua litania in base alla quale giuriamo che non arretreremo di un millimetro? E cosa significa in pratica non arretrare di un millimetro? Significa che continueremo seraficamente a farci ammazzare perché noi abbiamo ragione e loro torto?

Volendo rimanere in tema mediorientale, a noi poveri ignoranti pare che l’Occidente si mostri subalterno rispetto alla violenza islamica, sembra proprio che si stia facendo la figura di quello che Tomas Milian definiva “il cane di Mustafà”.