La lettera aperta:   Trump, ora tocca a te

Caro Donald, caro Presidente in pectore, ti ho conosciuto di persona esattamente un novembre di quattro anni fa, in tempi non sospetti alla tua candidatura, durante una cena di beneficenza per le vittime dell’uragano Sandy, quando avevo appena terminato la deludente campagna di Mitt Romney contro Barack Obama. In quell’occasione, per le poche parole scambiate con te, mi hai fatto un’ottima impressione umana e personale, ben diversa da quella descritta dai media nel loro solito becero gioco al massacro perpetuato per interessi di parte.

Adesso però sta a te non tradire la fiducia dell’enorme numero di americani che ti hanno votato. Americani di tutte le etnie e di tutti i generi, al contrario di quella che era l’errata impressione dell’opinione pubblica europea causata dai media, come dimostrato dai giovani che ho incontrato l’altro ieri notte di fronte alla Trump Tower mentre ti festeggiavano (“Hispanics for Trump”, “Muslims for Trump”, “Jews for Trump”, “Women for Trump”).

Adesso però sta a te smentire con i fatti quei benpensanti, moralisti, spesso ipocriti, alcuni dei quali oggi stanno purtroppo anche manifestando violentemente sotto casa tua “contro” la democrazia, che continuano a fare una mendace campagna contro il tuo progetto politico di riforma. Sta a te allontanare gli Stati Uniti dal suo detestato ruolo di “Gendarme del Mondo”. Un ruolo che in altri tempi storici permetteva la difesa di determinati valori a livello globale, ma che oggi è diventato troppo spesso ingombrante ed insofferente anche per l’America stessa. Sta a te riallacciare con determinazione gli importanti rapporti con la Russia, resi difficili da un’amministrazione precedente che ha ricreato climi da guerra fredda. Sta a te smantellare lo Stato islamico senza quelle ambiguità e reticenze viste finora, aiutando l’Europa a debellare il pericolo terrorista ormai divenuto incombente. Sta a te difendere i prodotti “Made in” di fronte alla scorretta invasione commerciale cinese che non tiene conto dei basilari diritti del lavoro e della manodopera. Sta a te rilanciare la partnership commerciale con l’Europa, senza per forza sfavorire il manifatturiero europeo a favore della finanza creativa americana, come stava avvenendo con quel tentativo di accordo chiamato Ttip. Sta a te dare finalmente delle risposte concrete a quella martoriata “middle class”, oggi in difficoltà a causa di un forte e crescente divario fra la produzione e i salari, a danno di questi ultimi, oltre ad una troppo alta pressione fiscale. Sta a te contrastare l’immigrazione illegale e clandestina, anche a tutela degli immigrati che lavorano onestamente (molti dei quali ti hanno votato), senza dover necessariamente erigere muri i quali, sono certo, erano solo provocazioni da campagna elettorale. Sta a te dimostrare che la discriminazione non è quella di cui ti hanno meschinamente accusato certi media e certi video sui social network, ma che la vera discriminazione è quella di chi si arroga una presunzione di superiorità intellettuale nel definire l’elettore di Trump “stupido”, “troglodita” o “che non ha studiato”. Quella sì che è la vera intolleranza, la quale oggi viene finalmente smascherata. Il tuo elettore, come il tuo sostenitore fuori dagli Usa, è stato costretto a nascondersi, a celare le sue idee per paura di essere “discriminato” dai suoi conoscenti o sul posto di lavoro (come a me riservatamente raccontato da una giornalista di un importante quotidiano americano).

Sta a te confermare che le accuse di misoginia altre non erano che il frutto di una campagna femminista di basso livello, che paradossalmente cercava di coprire con ipocrisia dei fatti - quelli di Bill Clinton, ad esempio - tramite delle innocenti frasi estorte, che chiunque di noi ha almeno una volta nella vita similmente pronunciato dentro uno spogliatoio maschile (ma spesso anche femminile!) o in una conversazione privata.

Infine, sta a te realizzare concretamente le intenzioni che hai espresso nel tuo primo discorso, molto pacato e distensivo, dopo la proclamazione della vittoria: di essere il Presidente di tutti gli americani, anche di chi non ti ha votato (compresi alcuni repubblicani). Di unire e non di dividere, perché una cosa è la campagna elettorale, con i suoi giochi e le sue strategie, una cosa è dover governare un Paese e il suo popolo. Sono convinto che adesso ti rimboccherai le maniche, come hai sempre fatto da imprenditore con alle spalle meritati successi ed utili insuccessi, per dimostrare tutto ciò ed altro ancora; per smentire tutte le preoccupazioni degli scettici e degli “impauriti”per la tua elezione; per far sì che la geopolitica mondiale abbia finalmente un nuovo corso di equa prosperità. Buon lavoro da un cittadino europeo.

 

(*) Vice-presidente dell’International Young Democrat Union