Se non è successo niente, peggio per loro

di Mauro Mellini

12 gennaio 2017POLITICA

 

La strategia post-referendum del “non è successo niente” sembra sia vincente in un po’ tutti i partiti. Anche tra la gente “sciolta” da vincoli (si fa per dire) e spirito di parte, l’idea che, con i tempi che corrono, il meglio sia che nulla accada, perché accadono sempre cose sciagurate, finisce per diventare, anziché una battuta, una barzelletta, una penosa espressione dell’abitudine alla sopportazione.

Il “non è successo niente” più clamoroso e scandaloso è quello del Partito Democratico, per il quale, con il referendum, è successo tutto e di più. È finita la prospettiva renziana del “Partito della Nazione” che, ad un’analisi appena un po’ attenta, era ed è la prospettiva di un adattamento mortalmente passivo ai vincoli, anziché ad un autentico spirito federale, dell’Unione europea, un ritorno alla dipendenza dai “Grandi” d’Europa.

Sembra finito pure nel Partito Democratico quel tanto di antirenzismo di ritorno alla tradizione ed a prospettive socialiste ancora non spente in altre parti del Continente. Il Pd si propone ormai come il partito del niente e ritiene, con tale ruolo, di poter sopravvivere e vincere. In nome, appunto, del niente. Lasciamo agli specialisti ogni discettazione tra il niente di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni e quello di Pier Luigi Bersani, di Gianni Cuperlo. E, magari, di Massimo D’Alema. Che, però, pare stia studiando.

Niente a destra. All’occasione perduta dell’egemonizzazione del referendum e dell’antirenzismo, si aggiunge quella dell’occasione della gestione del post-referendum. Silvio Berlusconi punta sul completamento della legislatura. Attende la sentenza di Strasburgo, ma soprattutto attende che gli venga un’idea, qualcosa da capire e cercar di gabellare per la “sua” novità. E gli altri? In realtà gli altri sono solo i Cinque Stelle. Anch’essi, che pure “si sono dati da fare” per il referendum un po’ più della media, hanno sostanzialmente perso l’occasione per cimentarsi in qualcosa di più serio dei loro giochetti telematici. Non si cava sangue dalle rape e la trasformazione di quel caravanserraglio del comico più penoso d’Italia in un partito anche solo un po’ vagamente liberale e democratico, sta naufragando soprattutto a causa dell’assurda leadership dell’azienda pubblicitaria via internet che domina quella strana congrega. L’ultimo atto di Beppe Grillo, la richiesta di adesione, respinta “a pesci in faccia”, al gruppo parlamentare liberale europeo è significativa. Si stenta a credere che Grillo sia giunto a compiere quell’atto senza aver compiuto almeno qualche serio sondaggio ed aver ricevuto qualche assenso ed incentivo. Ma non sarebbe che una delle cavolate spiegabili con l’incredibile rozzezza ed ignoranza del personaggio e di chi lo circonda.

Resta il fatto che quell’idea è passata per il capo biancocapelluto del grottesco leader. Anche in questo c’è la ripetizione di quanto accadde dopo il 1948. Anche allora l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, espressione di una miseria politico-culturale assai meno evidente e marcata di quella di Grillo e dei suoi, cercò di giocare la carta dell’alleanza-fagocitazione con i liberali. A loro volta ridotti al lumicino e ad una penosa vacuità. Tentativo meno maldestro e tuttavia finito male per gli uni e per gli altri. Non è certo dando spago a movimenti populisti di grottesca rozzezza che l’ideale liberale, ineliminabile e degno di ben altra vitalità, può svilupparsi e tornare a far vivere il deserto politico italiano e non solo. I grandi rivolgimenti nascono e vivono nel pensiero, non nelle trovate dei comici e dei guru. Pensare è faticoso. E, per taluni, è impossibile. Ma solo pensare è vivere. Viva la vita!