Il massone “deviatore”:   una leggenda italiana

In Italia la persecuzione contro la massoneria è un retaggio che ci portiamo dietro per lo meno dai tempi del fascismo. Ma nell’immaginario collettivo di un Paese che viveva sotto l’egida dello Stato Pontificio, il pregiudizio risale come minimo ai tempi dei moti che precedettero l’Unità d’Italia, notoriamente auspicata e favorita dai liberi fratelli muratori. Più recentemente, e in maniera grottesca, i cattocomunisti che hanno angustiato il vivere civile e invaso l’immaginario collettivo del Bel paese da metà degli anni Sessanta in poi, hanno riscoperto nei riti segreti (che poi chiunque può leggersi nei libri o su Internet, cerimonia di iniziazione compresa, con tanto di filmati su YouTube) dell’iniziazione massonica la prova di chissà quale “gomblotto” contro lo Stato e le istituzioni. Cioè gli eterni Moloch del fascismo, del comunismo e del cattolicesimo tradizionalista. E questo già a partire dallo scandalo della Loggia P2, che almeno a livello giudiziario partorì un topolino partendo dalla mandria di elefanti di cui era composto.

Si può dire senza tema di essere smentiti che come ci sono stati negli anni i professionisti dell’antimafia, e dell’anti-tutto, anche quelli della “lotta alla massoneria deviata” (frase che poi spesso ha perso l’ultimo aggettivo fino a diventare “lotta alla massoneria” tout court), hanno avuto la propria porca visibilità. E carriera politica. Generalmente si trattava di democristiani di sinistra, come Tina Anselmi che almeno aveva avuto il merito di essere stata in gioventù una staffetta partigiana. E che nella commissione di inchiesta da lei presieduta proprio sulla loggia “Propaganda due” diede il meglio ma anche il peggio di sé.

Oggi, siccome quando la storia si ripete si trasforma in farsa, la nuova persecuzione ideologica contro i massoni si incarna in un’altra democristiana di sinistra, Rosy Bindi, ma lo spessore culturale si è drasticamente ridotto. Dal maestro venerabile Licio Gelli siamo caduti giù giù fino al Carneade e bamboccione Giulio Occhionero. Cui la mamma, a suo dire, pagava ancora la pizza e la benzina per l’auto, mentre lui intanto nella sua cameretta oscura spiava con software che chiunque può comprare a pochi dollari su Internet e raccoglieva dati su tutti non si capisce per farne che se non in un’ottica di pura masturbazione mentale.

Ora però una richiesta come quella avanzata dalla Bindi di avere l’elenco, ancorché pubblico, dei 23mila massoni d’Italia per darlo un minuto dopo a giornali e agenzie di stampa, scritti, televisivi od on-line è, come dire, un tantino sopra le righe anche in un Paese che si mette la privacy sotto i piedi. Specie da quando esiste una legge apposita per tutelarla. Purtroppo i sicari di questa persecuzione da operetta, se i mandanti possono essere identificati nella cultura intollerante cattocomunista, sono i nostri mezzi di comunicazione. Che si buttano sugli pseudo misteri d’Italia con la stessa morbosità con cui i settimanali patinati e i rotocalchi si gettano sugli ultimi flirt di un politico, di un attore o di una pornostar. Le panzane sulla massoneria, deviata o meno, vendono benissimo. Anche se a livello giudiziario persino lo scandalo P2 (scoppiato nel marzo del 1981 quando finalmente i giudici Gherardo Colombo e Giuliano Turone riuscirono a far sequestrare e poi a dare in pasto ai giornali per il tramite del pavido Premier dell’epoca, Arnaldo Forlani, il famigerato elenco di Licio Gelli) produsse solo assoluzioni a raffica, tranne alcune condanne per depistaggio ai danni dello stesso Gelli nelle indagini parallele sulla strage di Bologna. Peraltro depistaggi a sfavore di coloro che poi vennero condannati per quella strage, con tutta probabilità da innocenti. Ma anche in quel caso la coerenza, essendo notoriamente la virtù degli imbecilli, e i pm di Bologna essendo furbissimi, i reati dei vari Gelli, Musumeci, Belmonte e dello stesso Francesco Pazienza furono utilizzati ad usum delphini. I reprobi massoni vennero condannati per depistaggio, ma le prove portate con questi depistaggi furono a loro volta comunque usate per condannare Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e l’allora minorenne Luigi Ciavardini.

Oggi come ieri tanti giornali campano con l’ammiccamento a questo ciarpame giudiziario e ideologico che si sostanzia in una sorta di lotta alla massoneria nel nome di una trasparenza che poi è quella grillina, garantita dalla Casaleggio Associati. Entità che a molti appare ben più strana e oscura, nella genesi e nelle funzioni, di qualunque loggia del Grande Oriente d’Italia.

La Bindi e quelle come lei si godono l’immeritato quarto d’ora di celebrità e fra poco nei libri di storia (stile Camera Fabietti) leggeremo una versione del Risorgimento lievemente modificata: Garibaldi, Cavour e Mazzini, tre noti massoni a livello di maestri venerabili esattamente come Gelli o come il malcapitato a capo del Goi che deve fronteggiare le prepotenti pretese della Bindi, non più gli autori dell’indipendenza italiani ma i primi motori immobili dei mitici “misteri d’Italia”. E magari anche della trattativa Stato-mafia. Dall’Ottocento a oggi.