Non è vero che nessuno si batte per Bruno Contrada

Con questa nota mi rivolgo direttamente a due colleghi: Nicola Porro, vice-direttore de “Il Giornale” e conduttore su Canale 5 di “Matrix”; e Pierluigi Battista, editorialista principe del “Corriere della Sera”. I loro articoli sono sempre da leggere. Non necessariamente si deve essere d’accordo con quanto scrivono, ma le loro riflessioni sono sempre preziose, interessanti.

Porro in prima pagina su “Il Giornale”, mentre Battista nella sua rubrica “Particelle elementari” sul Corsera, scrivono della sconcertante vicenda che ha per protagonista-vittima Bruno Contrada. I lettori de “L’Opinione” questa storia la conoscono bene, perché più volte questo giornale ne ha scritto. Giova comunque riassumerla. Contrada è stato tante cose: dirigente generale della polizia di Stato, alto dirigente del Sisde, capo della Squadra Mobile a Palermo, capo della sezione siciliana della Criminalpol. Ora ha 86 anni e, come annota Battista, “ha scontato dieci anni di carcere per una condanna che poi la Corte di Cassazione ha cancellato, per un reato che non esisteva nemmeno al tempo in cui, sostenevano i magistrati malgrado il parere di una corte europea, sarebbe stato commesso”.

Ebbene, come a sua volta scrive Porro, “il 26 luglio, a nove giorni dalla fine dell’incubo, la polizia giudiziaria ha suonato al campanello di casa sua alle 4 del mattino per una perquisizione che non ha prodotto nulla. Ha fatto altrettanto a casa del fratello, dove invece ha potuto acquisire tre fondamentali ritagli di giornale. Passano altri due giorni e la polizia giudiziaria si ripresenta a casa di Contrada”. La polizia non ha un mandato, e dunque giustamente non viene fatta entrare. Chi l’abbia mandata, senza un mandato, e perché, non lo sappiamo. È però il segno di una ignoranza giuridica che sconcerta e inquieta. Una ignoranza che si accompagna a un’insipienza che lascia allibiti. È la Procura di Reggio Calabria, che indaga a suo dire su una propaggine di quella inchiesta senza capo e coda che viene solitamente definita “trattativa Stato-mafia”.

Cosa si sperava di trovare, dopo 25 anni, alle 4 del mattino, nell’abitazione di Contrada è cosa che appartiene alla sfera dell’imperscrutabile, all’assurdità di cui sa essere ricca la giustizia in Italia. Battista scrive che in pochi parlano di questa vicenda che ha preso Contrada come bersaglio. Pochi si stupiscono di questa sceneggiata. Scrive che Contrada è solo, come lo era quando stava ingiustamente in paese, e che la vicenda di cui è protagonista-vittima nessuno sembra provare vergogna: nessun appello, nessuna mobilitazione. Solo silenzio. E Porro: “C’è da scommettere che nessuno riterrà Contrada un torturato: sta dalla parte sbagliata della barricata”.

Bene, con l’amicizia che si deve a due persone che si stimano e apprezzano: si sbagliano, Battista e Porro, e si sbagliano alla grande.

Proprio nelle ore in cui scrivevano i loro articoli i dirigenti del Partito Radicale impegnati in Sicilia nella carovana per la giustizia e il diritto si recavano da Contrada per esprimergli vicinanza e solidarietà; Contrada ha ricambiato decidendo si inscriversi al Partito Radicale. Nella conferenza stampa alla quale ha preso parte lo stesso Contrada, Rita Bernardini e Sergio D’Elia hanno ricordato che il Partito Radicale ha seguito passo passo la vicenda. Ed è stato Marco Pannella a iniziare a occuparsene fin quasi dal primo momento. Le agenzie di stampa ne hanno riferito, e naturalmente anche questa emittente. C’è chi si è mobilitato e si mobilita, c’è chi ritiene che Contrada patisca una forma di tortura. Diciamo che Battista e Porro si sono distratti. Capita anche ai bravi. Sarebbe cosa buona e giusta se lo riconoscessero.