La politica sintesi di pensiero e azione, mancano entrambi

Va bene, è in corso la campagna elettorale (ma è mai finita), e come in guerra e in amore, ogni arma è lecita, si corre per vincere e non per partecipare, ogni mezzo è giustificato dal fine. Ora che si è esaurito il catalogo delle frasi fatte (e si fa economia di “le parole pesanti come pietre”, “il tempo è galantuomo”, “a brigante, brigante e mezzo”), forse, chissà, si avrebbe perfino il diritto di avere qualche spiegazione; di porre qualche domanda e averne risposte che non siano spot da centoquaranta caratteri spazi compresi. Senza nascondersi che non ci si fa troppe illusioni: quasi certamente si continuerà imperterriti, con il teatrino di slogan, di frasi ripetute come mantra tibetani, giaculatorie ad uso spot televisivo, per convincere e soprattutto rimbambire un cittadino considerato suddito, da ammansire con panem et circenses. Ci fossero, almeno, il “pane” e i “giochi del circo”. Qui viene in mente l’indimenticabile scambio di battute di “Miseria e nobiltà”, tra Pasquale (Enzo Turco) e Felice Sciosciammocca (Totò): “Questo è un inferno! Qui si mangia pane e veleno!”. “No, Pasqua’, solo veleno!”.

Ogni giorno, da giorni, viene “narrata” la favola bella di Matteo Renzi impegnato ovunque nel tentativo di convincere che il suo libro “Avanti” è una sorta di manuale di cultura politica da cui non si può prescindere, e che va assolutamente acquistato, letto, postillato e meditato. A rischio di restare indietro, no; saranno altre le letture estive e autunnali; e quel libro non lo si acquisterà neppure ai saldi di stagione. Per un’elementare forma di rispetto verso l’oggetto libro, il “pio-pio” renziano non troverà posto nella pur indulgente libreria casalinga. Invece di questo ottimismo di latta marca renziana, ci si ostinerà a ragionare su dati concreti. Consapevoli che, alla fine, un fatto è un fatto. E questo è un fatto.

Il segretario del Partito Democratico nei giorni pari e nei giorni dispari si auto-imbroda con un modesto incremento di Pil: segno e dimostrazione di un buon governo di cui si annette il merito (ma semmai non dovrebbe essere di Paolo Gentiloni?), e che grazie al suo dire e al suo fare, l’Italia va “avanti”; gufi e rosiconi se ne facciano una ragione. C’è poco da rosicare e gufare. Quello che andrebbe spiegato è questo: il debito pubblico da rinnovare nella prossima legislatura ammonta complessivamente a 900 miliardi di euro. Tra gennaio 2018 e la fine del 2022, arrivano a scadenza, nel dettaglio, 47 miliardi di Bot, 734 miliardi di Btp, 85 miliardi di Cct e 32 miliardi di Ctz. Il totale dei titoli di Stato attualmente in circolazione è di 1879 miliardi: 163 miliardi scadono entro la fine del 2017, 236 miliardi entro il prossimo anno, 187 miliardi nel 2019, 162 miliardi nel 2020, 162 miliardi nel 2021, 152 miliardi nel 2022, 141 miliardi nel 2023, 128 miliardi nel 2024, 62 miliardi nel 2025, 79 miliardi nel 2026, 48 miliardi nel 2027; altri 355 miliardi, poi, arrivano a fine corsa tra il 2028 e il 2067. Questi sono i dati principali di un’analisi del Centro studi di Unimpresa sui titoli di Stato in circolazione, secondo la quale considerando i circa 100 miliardi annui di Bot emessi e rinnovati l’ammontare complessivo di debito da rifinanziare nella prossima legislatura è ampiamente superiore a 1000 miliardi.

Renzi (ma, beninteso, non è il solo) ci sommergono in questi giorni con bei discorsi da una parte; e con argomenti che spesso sono vere e proprie armi di “distrazione di massa”. Al di là del loro fumo, converrebbe occuparsi dell’arrosto. Un dato centrale di questo “arrosto” è costituito dal debito pubblico schiacciante; Cassandra inascoltata, Marco Pannella non mancava mai di lanciare il suo grido d’allarme, su questo, avvertendone urgenza e pericolosità. Supera quota duemila miliardi; e le scadenze dei titoli di Stato citate sono il vero e proprio capestro al collo del nostro Paese. Un combinato disposto, ricorda il vice presidente di Unimpresa, Claudio Pucci, “con il quale gli investitori, le case d’affari internazionali e le banche italiane ci tengono sotto schiaffo”.

A fronte degli ostentati (e poco responsabili) ottimismi, spot di una campagna elettorale permanente cui ormai nessuno presta attenzione, giovedì scorso, con un crudo realismo che rasenta la brutalità, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, nell’intervista rilasciata a “Il Sole 24 Ore”, dice papale papale che “le risorse sono limitate”. La traduzione è semplice: colleghi di Governo, leader di partito, Parlamento: non credano che la legge di bilancio 2018 possa trasformarsi nella già annunciata sagra delle promesse a tutti qualcosa, chiedete e vi sarà dato. Padoan lo dice chiaro e tondo: l’Italia è ancora nel pantano, e non si può permettere quell’ottimismo ostentato da tanti. Del resto: la quota di occupati sulla popolazione tra i 25 e i 34 anni è del 60 per cento. Venti punti in meno rispetto alla Germania, sedici punti in meno rispetto alla media dell’Unione europea.

Bene: in questo Paese accade che si sia appena concluso alla Camera dei deputati un avvilente dibattito sull’inesistente questione dei vitalizi: una gara tra Pd e Movimento 5 Stelle a chi è più demagogo, e che si è tradotto in un gravissimo colpo alla credibilità delle istituzioni democratiche e alla stessa democrazia rappresentativa (che o è tale, o non è, con buona pace di tutti le evocate piattaforme Rousseau, anticamera di neppure troppo celate tirannie, dove uno vale nessuno, e un “nessuno” vale per tutti). Come si dice, “last but not least”: avete fatto caso come sia completamente scomparsa, dall’agenda politica, la questione giustizia? Nessuno parla più di condizione carceraria (detenuti, agenti di custodia, quel mondo che ruota attorno alle istituzioni penitenziarie); non si parla più di intollerabile lunghezza dei processi, di odiosa carcerazione preventiva, degli errori, anche clamorosi, dei magistrati...

Solo i radicali di Rita Bernardini, Antonella Casu, Sergio D’Elia e Maurizio Turco, attualmente in Sicilia in una “carovana per la giustizia” che li vede impegnati in un tour per raccogliere firme per progetti di legge per una giustizia giusta, assieme all’Unione delle Camere Penali, e iscrizioni per la salvezza del partito (entro l’anno, o raggiungono quota tremila, o chiudono la “baracca”). Per tutti gli altri partiti l’argomento è tabù. La questione ha smesso di essere un’“impellente urgenza”. La politica è la sintesi tra pensiero e azione. Sono tempi tristi, quelli che viviamo: mancano entrambi.