Di testa propria

Meno testate giornalistiche e più testate in faccia, è questo il paradosso del giornalismo moderno che vive una crisi senza precedenti. È il caso del cronista Rai Daniele Piervincenzi che è stato brutalmente pestato da Roberto Spada – persona nota per vicende non proprio edificanti – mentre era intento a fargli un’intervista, cosa che equivale a voler cavare il sangue da una rapa. Per fugare qualsiasi dubbio, giova premettere con forza l’incondizionata solidarietà al collega Piervincenzi e la ferma condanna per un gesto, il pestaggio in stile mafioso, che merita una punizione esemplare da parte di uno Stato che troppe volte fa mancare la propria presenza in zone come Ostia.

Detto questo, non ci accoderemo all’opportunismo peloso di chi, pur fottendosene di ciò che è accaduto al cronista Rai, in questi giorni si sta sperticando in piagnistei finti come le buste di plastica pur di cavalcare politicamente l’accaduto. La tesi precostituita che si vuole dimostrare è l’appartenenza di Spada a Casapound per colpire di sponda Giorgia Meloni mettendola in imbarazzo in eventuali forme di apparentamento con il Partito di Simone Di Stefano al ballottaggio di Ostia. Che poi Roberto Spada sia vicino a Casapound (o ad alcuni suoi dirigenti), questo è un altro argomento che attiene alla moralità dei partiti e verso il quale ci poniamo ovviamente in maniera intransigente auspicando che chi di dovere appuri e punisca severamente eventuali forme di connivenza (se esistono realmente).

Questo lo ha detto anche il leader di Casapound: “Chiedo pubblicamente al ministro degli Interni, Marco Minniti, di chiarire se c’è un rapporto di voto di scambio fra Casapound e un clan criminale. Me lo dica domani visto che lui ha le informative. Se fosse così Casapound andrebbe sciolta immediatamente. Fate l’inchiesta e fatela in fretta”. Certo però da oggi Di Stefano ha un problema politico e cioè quello di dover spiegare come mai esponenti della sua destra tutta ordine e pulizia abbiano amicizie così ingombranti. C’è anche da considerare che Roberto Spada ha l’endorsement facile: basta cercare in Rete video in cui sparge miele sul Movimento di Beppe Grillo senza che ciò equivalga a dire che il clan ha aderito al M5S e senza che nessuno si sia mai azzardato ad ipotizzare un simile accostamento.

Anche quando ad Ostia fu arrestato il Minisindaco Andrea Tassone nessuno si sognò di dire che il Pd era infiltrato dalla mafia in ossequio al principio in base al quale la responsabilità penale è personale. Perché allora tanta foga nel voler accostare il Clan Spada a Casapound? Forse perché ad Ostia c’è il ballottaggio? Forse perché le percentuali di Casapound possono spostare gli equilibri?

Spiace dirlo, ma dal tono delle domande, anche Daniele Piervincenzi aveva una gran fretta di avvalorare questa tesi precostituita provando ad “estorcere” un’intervista che Spada non voleva rilasciare, forzando la mano con una certa decisione, dandosi da solo risposte che l’intervistato non gli voleva fornire, esprimendo opinioni più che domande nella speranza che il silenzio di Spada gli consentisse di portare a casa la prova del paradigma. Questa modalità invadente e a tratti quasi violenta che dietro le classiche espressioni “no, ma solo una domanda”, “giusto per capire”, “ma non si arrabbi è una chiacchierata in tranquillità” è il classico stile inaugurato da Sandro Ruotolo e poi mutuato più recentemente da “Le Iene”, “Report” e da tutti quelli che gli scoop prima li pensano e poi li fanno. Il tutto con un disegno preciso che tradisce dietro una calma apparente un intento chiaro di incalzare l’interlocutore innervosendolo e portandolo ad avvalorare la tesi impacchettata altrove.

Chiaro che se di fronte hai il politico o il potente burocrate rimedi un improperio, una sportellata o uno strattone dalla scorta. Se di fronte hai invece un delinquente comune è molto facile che ti capiti di peggio. Ma la voglia di fare un’intervista che intervista non è, la voglia di poter affermare di aver fatto dire nientemeno che a Spada di essere uno di Casapound (anche se non lo ha detto), la voglia di dire “beh, Giorgia Meloni, adesso come puoi accettare i voti di certa gente?” è così forte che finisce col metterti nelle condizioni di subire violenza da individui cui non si dovrebbe dare nemmeno diritto di parola. Per definizione, perché non la meritano. Questo non per giustificare la violenza che non è mai giustificabile o per dire che Piervincenzi se l’è cercata (perché non è così), ma per capire cosa spinga un bravo giornalista ad oltrepassare il confine che nessuno dovrebbe varcare microfonando gente come Roberto Spada.