Se l’allarme “astensionismo” in Italia è solo l’ultima delle fake news

Un fantasma si aggira per l’Italia, e puntualmente riappare ad ogni elezione: l’astensionismo. E ogni volta è un profluvio di titoloni e di allarmismo, giusto per restare in sintonia con quella democrazia emozionale con la quale, volenti o nolenti, siamo costretti convivere. Come spesso accade, la ricerca del sensazionalismo non coincide con una buona ricerca. Iniziamo col valutare alcuni dati, senza trarre conclusioni affrettate.

Come spiega Maurizio Cerruto nel paper La partecipazione elettorale in Italia, è possibile suddividere idealmente in tre periodi l’evoluzione della partecipazione elettorale nel nostro Paese. Il primo va dall’immediato dopoguerra (1948) sino alla metà circa degli anni Settanta (1976), quando l’astensionismo è un fenomeno pressoché inesistente: più di 9 elettori su 10 si recano alle urne. La partecipazione inizia a calare dalle elezioni del 1979: un trend in discesa che tocca per la prima volta una percentuale a due cifre, nel 1992, con il 12,7 per cento. Nella terza fase, tra il 1994 e il 2013, l’astensionismo si consolida sino a toccare il 25 per cento delle ultime elezioni politiche. Sembra, dunque, che abbiano ragione i catastrofisti: ma, ovviamente, è necessario prendere in considerazione qualche variabile in più.

In primis, è bene comparare e contestualizzare tali dati. Alle ultime elezioni politiche ha votato il 75 per cento degli elettori, smentendo chi già prefigurava un risultato poco sopra il 50 per cento: e soprattutto, conferma che l’affluenza italiana è in linea – se non migliore – con quella dei principali Paesi europei. Poche settimane fa, in Germania, l’affluenza è stata esattamente quella italiana: 75 per cento. Curioso che nel raccontare tale dato, i media abbiano parlato di “alta affluenza” e non di crisi della democrazia, come avviene puntualmente in Italia. In Francia, per le elezioni presidenziali ha votato – ancora – quasi il 75 per cento; per le seguenti elezioni legislative, invece, ben il 50 per cento non è andato a votare. In Spagna, nel 2016, si è recato alle urne poco meno del 70 per cento. Per quanto concerne il nostro Paese, si aggiunga inoltre il dato, recente e notevole, dello scorso referendum costituzionale, che ha visto la partecipazione del 65 per cento degli elettori: a riprova che quando i cittadini capiscono che il proprio voto ha un “peso” decisivo, non vanno al mare ma si recano alle urne, smentendo il mito che ci vorrebbe “un Paese di astensionisti”. L’astensionismo ha riguardato, in particolare, le elezioni regionali – con notevoli differenze da regione a regione –, ma questo forse dovrebbe far riflettere sul grado di attaccamento degli elettori nei confronti di questa istituzione più che su una generica “crisi della democrazia”.

C’è oppure no, dunque, un allarme astensionismo? È presente, senz’altro, un trend di ridimensionamento della partecipazione, che è strutturale in tutte le principali democrazie, ma che ha cause che si potrebbero definire fisiologiche e in linea con i nostri tempi. È evidente che l’epoca di una partecipazione al 90 per cento si è chiusa da tempo e non è più replicabile – se non nei regimi dittatoriali, come in Corea del Nord – poiché è venuta meno sia l’idea della politica intesa come mobilitazione di massa, sia le ideologie che tali masse muovevano, sia i partiti che a quelle ideologie legavano la propria sopravvivenza. Inoltre, è altrettanto evidente come, molto più che in passato, la partecipazione elettorale sia condizionata dai cosiddetti push factors, ovvero quei fattori di carattere individuale del cittadino che prevalgono rispetto alla mobilitazione legata al partito, e in misura minore dai pull factors, ovvero fattori esterni – associazioni, reti sociali, organizzazioni – che influiscono positivamente sulla mobilitazione individuale.

Infine, l’aumento della volatilità elettorale – ovvero di coloro che scelgono, di volta in volta, a chi dare il proprio voto – è la logica conseguenza di una transizione, iniziata con la Seconda Repubblica, verso un’offerta partitica meno identitaria e più varia. In sostanza, l’astensionismo è solo una piccola tessera in un mosaico molto più grande, che sta portando a profonde trasformazioni nei nostri sistemi democratici: che magari non devono fare l’errore di gridare “al lupo al lupo” finendo così, paradossalmente, per auto-delegittimarsi.

(*) Fondazione Fare Futuro