Il trojan “scelgo Berlusconi” lanciato da Scalfari

Ha fatto rumore l’apertura di Eugenio Scalfari a Silvio Berlusconi. Quel “tra Luigi Di Maio e Silvio Berlusconi, scelgo Berlusconi” ad alcuni è sembrato uno scherzo che l’incedere dell’età gioca alla mente di un venerato maestro. A qualcun altro è parso di cogliere nell’inversione a “U” dell’arcinemico del Cavaliere una qualche utilità di bottega in vista di un ritorno in sella del centrodestra.

Per il direttore del nostro giornale, Arturo Diaconale, la dichiarazione di Scalfari è la sintesi di una doppia ammissione. La prima, che nella lotta a Berlusconi sia stata usata l’arma giudiziaria; la seconda, che l’antiberlusconismo come prassi dell’azione politica è finito in un totale fallimento. Tuttavia, è possibile un’interpretazione alternativa alle versioni ottimistiche del beau geste del fondatore de “la Repubblica”. E de “l’Espresso”. E se quel “scelgo Berlusconi” fosse un cavallo di Troia? Un modo astuto, acheo, di penetrare nel campo nemico, non riuscendo ad espugnarlo dall’esterno, per rubare i Lari che fungono da archetipi del mondo della destra politica? Seguendo questa linea di ragionamento, la sentenza di Scalfari pronunciata alla trasmissione televisiva “diMartedì” di Giovanni Floris non sarebbe il fulmine scagliato nel cielo sereno della sinistra, l’incipit di un sisma politico-mediatico che squarcia la crosta del progressismo, ma il terminale di un processo di rielaborazione valoriale che si è sviluppato sottotraccia e, venuto a maturazione, affiora alla luce del sole.

Nell’immaginario collettivo la figura di Scalfari è quella del fondatore del quotidiano “la Repubblica”, mentre meno celebrato è il ruolo che egli ha avuto nella storia del settimanale “l’Espresso”. Se l’obiettivo primario del quotidiano è stato quello di informare “educando” i lettori a una visione ideologicamente orientata della realtà, il settimanale ha svolto una missione supplementare contribuendo attivamente alla formazione culturale delle classi dirigenti progressiste. Lo spiega lo stesso Scalfari, nel 2015, in un articolo sui sessant’anni del settimanale. “L’Espresso è nato per affermare il valore dell’innovazione, d’un accordo produttivo tra gli imprenditori e i lavoratori per portare la sinistra democratica al governo del Paese purché quella sinistra abbandonasse l’ideologia marxista e soprattutto le sue degradazioni sovietiche... Questo è stato e ancora è l’obiettivo dell’Espresso e del gruppo editoriale che da quella testata è nato”. Quindi uno strumento di sinistra, per la sinistra. Ieri, come oggi. Non una staffetta portaordini degli alti comandi dei partiti, ma un “gabinetto di riflessione” nel quale le politiche, e più complessivamente, le architetture valoriali proprie di quel campo politico sono state studiate, analizzate e corrette in base all’evolversi dei tempi.

Ora, che l’attuale sinistra non riesca ad avere presa sulla maggioranza degli italiani è un dato incontrovertibile. Per tornare in sintonia con il Paese è necessario che essa riformuli alcune delle sue idee-guida. Tra queste idee distoniche con il sentimento popolare vi è, ad esempio, quella relativa alla percezione del valore fondante dell’identità comunitaria. A parole come “politiche identitarie” o “identitarismo”, la sinistra ha assegnato un giudizio negativo, declassandole spregiativamente a lessico domestico della destra estrema. L’ostinazione a ritenere l’aspettativa identitaria come un peccato mortale di un passato inemendabile, vissuto nel segno del nazionalismo totalitario, non ha permesso di valutarne il grado di radicamento nella coscienza profonda degli italiani. Da qui lo scollamento tra la pretesa di transizione alla società aperta che la sinistra vorrebbe imporre con ogni mezzo e la resilienza dell’opinione pubblica che non rinuncia a riconoscersi sentimentalmente in un’appartenenza comunitaria di natura spirituale che è prepolitica e che si antepone all’efficacia del contratto sociale regolato dalle meccaniche dell’ordinamento giuridico. Questo catastrofico errore politico la sinistra fa fatica ad ammetterlo, mentre gli “illuminati” del gruppo de “l’Espresso” l’hanno compreso per tempo. E non è un caso se decidono di pubblicare, sul tema, un magistrale articolo chiarificatore a firma del filosofo Andrea Zhok dall’eloquente titolo: “L’identità non è un concetto di destra“. Siamo al “cavallo di Troia”.

L’intellighenzia erede della cultura azionista, preso atto del fallimento della visione del mondo proposta dai partiti progressisti, decide di mettere mano all’universo valoriale di quella destra che, nonostante il fuoco di sbarramento assicurato quotidianamente dai media “cinghia di trasmissione” della sinistra, coglie l’idem sentire della maggioranza della popolazione. In questa chiave lo “scelgo Berlusconi” di Scalfari altro non è che il messaggio in codice che, decrittato, ordina: bisogna entrare nel campo nemico e saccheggiarlo, facendo razzia dei suoi valori per rielaborarli piegandoli a una visione del mondo da sviluppare nell’alveo del pensiero progressista. C’è dunque un sottile filo rosso che lega il cambio di passo del ministro dell’Interno, Marco Minniti, nella gestione del fenomeno dell’immigrazione, l’uscita televisiva pro-berlusconiana di Eugenio Scalfari e il revisionismo ideologico de “l’Espresso”, di cui va colta la dimensione unitaria di progetto egemonico. La destra stia allerta e faccia molta attenzione a non sottovalutare gli avversari veri, diversi dai front-runners della comunicazione a scopo propagandistico, nella perenne lotta per il potere.