Delegittimare il voto in condotta è l’ultima picconata alla scuola

Da ragazzini ci facevano leggere Cuore e ciò accadeva in tempi in cui la scuola, come la società italiana, erano già molto diverse da quelle descritte da Edmondo De Amicis. La cosa che maggiormente ricordo di quella lettura è l’idea, ovviamente pervasiva nel racconto, del rispetto per l’autorità, per il ruolo degli insegnanti e della certezza radicata in quei bambini del privilegio che intrinsecamente significava poter andare a scuola. Nella mia vita scolastica la correttezza del comportamento e il rispetto per gli insegnati sono stati sempre ovvi e mai messi in discussione in famiglia.

La scuola è cambiata molto, non solo dai tempi del “piccolo scrivano fiorentino”, ma anche da quando è stata la mia generazione a sedere sui banchi. Alcuni aspetti sono certo migliori: l’accessibilità ai professori da parte degli studenti, l’apertura di un dialogo volto alla comprensione delle singole personalità, la collaborazione tra scuola e famiglia che hanno l’obiettivo condiviso di formare persone e cittadini di valore. Ognuna di queste conquiste ha però il suo rovescio della medaglia: la perdita del rispetto per i professori, l’indifferenza di alcuni insegnanti nei riguardi delle personalità complesse degli alunni, l’insopportabile e inutile ingerenza dei genitori che contribuisce a diseducare i figli e a demolire l’autorevolezza del ruolo dei professori. Parliamo quindi di limiti ed equilibri, troppo spesso assenti nella scuola e nelle relazioni che in essa si intessono, così come mancano in molte delle altre occasioni relazionali e di interazione sociale.

La scuola è tanto importante quanto complessa nel suo dispiegare prassi, relazioni e procedure. Il legame che si deve creare tra studenti e insegnanti è tanto centrale quanto troppo spesso trascurato e continuamente boicottato dalla prepotente onnipresenza dei genitori. Dovrebbe essere oggetto di un’attentissima analisi e di soluzioni concrete volte al miglioramento e non alla definitiva decadenza dell’istituzione. Abbiamo una scuola un po’ abbandonata a se stessa nel merito anche se continuamente modificata nella forma. Al contrario oggi più che mai sarebbe necessario rinforzare l’istituzione scolastica come agenzia di socializzazione, come palestra di vita e relazioni, come fonte di sviluppo cognitivo e creativo. Perché questa società immersa nel paradosso di una connessione artificiale, ma costante, tra individui atomizzati ha più che mai bisogno di cultura, formazione, competenze e merito che possono realizzarsi solo a partire da una sana e forte sfera scolastica.

Oggi però la “buona scuola” di renziana progettazione, infligge un nuovo rovinoso colpo al ruolo vitale della scuola nella realizzazione di un buon futuro comune: via il voto in condotta, “ordina” il Ministro Fedeli, sostituito da una generale “valutazione del comportamento con giudizio sintetico e non più con voti decimali, per offrire un quadro più complessivo sulla relazione che ciascuna studentessa o studente ha con gli altri e con l’ambiente scolastico”, come si legge nel decreto attuativo della legge 107 del 2015 approvato lo scorso aprile. La questione non è la valutazione in sé, che in fondo rappresenta un’esplicitazione più elaborata del voto numerico, ma la funzione che essa avrà nella determinazione della carriera degli studenti.

Il rispetto per la disciplina ha subito un lento ma progressivo processo di erosione fino a diventare una sorta di elemento discriminatorio, come se qualunque atteggiamento o azione sia relativizzatile e quindi comunque lecito. Il decreto Fedeli va proprio in questa stessa direzione, assolvendo tutti gli studenti da eventuali atteggiamenti irrispettosi, violenti, intimidatori, derubricati – come in fondo fanno già la maggior parte dei genitori – a bravate da liquidare con un sorriso. Il comportamento è parte rilevante della formazione, eliminare le “sanzioni” significa invitare i ragazzi a non rispettare le regole, sia di comportamento, sia di rispetto nei confronti degli insegnanti, dei compagni e del luogo. E ciò accade mentre il Miur sostiene di voler combattere con serietà e sistematicità i fenomeni di bullismo e di violenza nelle scuole. Come pensa il ministro Fedeli di affrontare queste situazioni sempre più frequenti e con sempre più alti livelli di indifferente violenza? Come possiamo far sentire al sicuro tutti gli studenti e al contempo forti i professori se togliamo loro la tangibilità delle conseguenze di comportamenti inaccettabili?

Ho avuto sin dall’inizio molti dubbi sulle competenze specifiche di questo ministro, che non sono stati purtroppo smentiti. Ma il problema della scuola italiana travalica l’insensatezza decisionale del ministro Fedeli, che rappresenta solo l’ultimo tassello di un processo di dequalificazione del mondo della formazione sviluppato e sistematicamente realizzato ormai da decenni. Sostenere la forza di una norma e l’efficacia preventiva della certezza di una sanzione è certo “fuori moda”, ma mi sembra più grave il fatto che i giovanissimi siano “fuori controllo”.

(*) Fondazione Farefuturo