Negozi chiusi? Ma mi faccia il piacere...

Ma mi faccia il piacere, avrebbe detto il grande principe della risata, in arte Totò, conterraneo dell’onorevole Luigi Di Maio. Detto con rispetto, la chiusura dei negozi nei giorni festivi è una delle più classiche “cretinaggini” che si potesse annunciare. Oltretutto, ci sorprende che Di Maio abbia avuto così tanta leggerezza sul tema, perché il giovane parlamentare è tra i pochi talentuosi del movimento grillino. Al di là dell’ovvio aspetto economico di un provvedimento che obbligasse la chiusura degli esercizi nei giorni di festa, c’è quello sociale, che conta forse anche di più. Infatti, c’è tutto un mondo di persone che aspetta proprio la domenica, le festività per rilassarsi e distrarsi in centro, per vetrine e per negozi.

Insomma, camminare per le strade effettuando il cosiddetto “struscio” fra le botteghe aperte è uno dei modi per vivere con rilassatezza la domenica e i giorni di festa. Del resto basta osservare, parliamo di Roma, quanti giovani, quante famiglie, quante persone mature, sole oppure in coppia, passeggiano serenamente tra le vetrine. Lo shopping, infatti, non è solo l’esercizio del consumo, dell’acquisto di un prodotto, ma è un vero e proprio fenomeno sociale, collettivo, di utilizzo del tempo libero. C’è una massa di gente, insomma, che pur non volendo, o specialmente non potendo comperare, decide ugualmente di andare per negozi proprio per scaricarsi e distrarsi dallo stress quotidiano.

Ecco perché immaginare di far chiudere tutto per legge sarebbe una sciocchezza intollerabile e per certi versi pericolosa socialmente oltreché economicamente. Molto spesso le persone si recano in centro per incontrarsi, parlarsi, per dialogare con il negoziante diventato amico o conoscente. Come farebbe questa moltitudine se tutto fosse chiuso o spento? Cosa farebbe se trovasse solo serrande sbarrate e buie? Sarebbe più felice come dice Di Maio?

Difficile, molto difficile immaginare e peggio credere, che in quel caso le famiglie dei negozianti dei dipendenti e infine dei visitatori sarebbero più felici e contente. Concludendo, caro Di Maio, lo ammetta, ha detto una “stupidaggine” sia in termini economici e sia soprattutto sociologici, perché al Paese serve ben altro che i negozi chiusi la domenica per ritrovare la felicità e la serenità. Se invece l’onorevole Di Maio, sbagliando l’approccio, si riferiva alle troppe violazioni dei turni imposte ai dipendenti, spesso costretti per necessità a subire, crediamo che abbia ragione, ma di tutt’altra storia si tratta.