Per la sinistra è “Grasso che cola”

Pietro Grasso ha cominciato a costruire la sua immagine di capopartito, con pretese di protagonista nella competizione elettorale. Messo da parte ogni ritegno impostogli dalla carica così fortunatamente arraffata appena “prestato” alla politica, grazie al gran maneggio delle toghe, si appresta ad uomo simbolo della Sinistra, naturalmente “nuova”. Una novità che, anche senza la sua presenza è caratterizzata da una totale dipendenza dal potere delle toghe e dal timore (non solo) reverenziale che esse diffondono intorno a loro. Ha tenuto a farci sapere che è un uomo abituato a comandare, a farsi ubbidire. È il suo mestiere. E, poi, il suo nome, a scanso di equivoci, figurerà nel simbolo del partito. Un partito “grasso”, dunque, salvo a vedere, poi, come andrà. Grasso non mi è stato mai simpatico.

Per questo, poiché queste sparate pare siano destinate a far capire a D’Alema che a candidarsi sarà lui, per la seconda volta sono stato spinto ad un difficile sentimento di simpatia per “Baffino d’acciaio”. La prima volta fu appena lo conobbi e, avendo prima di lui conosciuto il Padre, deputato del P.C. che sprizzava antipatia da tutti i pori, mi apparve, al paragone del genitore, un simpaticone. Tutto è relativo. Anche la simpatia. Ma di Grasso, e del fatto che ne avremo il nome nel ventaglio dei partiti in lizza con le inevitabili allusioni e metafore di grassezza e magrezza che ne seguiranno, il cognome mi suggerisce, non so bene perché, una espressione d’uso più familiare e gergale che dialettale (e che non credo sia dialettale): “È grasso che cola”. Forse perché si tratta di parole che dovrebbero far pensare all’abbondanza, alla ricchezza, alla misura esagerata. E, invece, è espressione che, aggiunta a un’altra che indica una misura, una qualità, una adeguatezza, la contraddice e la limita, precisando che quella misura, quella valutazione è esagerata, improbabile. Appena ipotizzabile.

Se è alto un metro e mezzo è grasso che cola” si diceva di Re Pippetto che pare solo per un centimetro potesse considerarsi “abile al servizio militare”.

Avremo una Sinistra che, se non è scomparsa e fagocitata nel “Partito della Nazione” di Matteo Renzi, sperduta nei residuati retorici tossici dell’antipolitica grillina e nei rimpianti estremisti e pretenderà di essere ancora partito, se ne dovrà proprio dire “è Grasso che cola”.

Del resto le scelte politiche, dai primi anni della Repubblica, il popolo italiano le ha fatte e le fa cercando affannosamente il meno peggio, magari accontentandosi di una sigla meno balorda di altre, che se dà qualche indicazione di un indirizzo, di una tendenza politica degna di questo nome è sempre, appunto, “grasso che cola”.

        

Grasso, che grazie a Renzi e al Partito Democratico ha vissuto l’esperienza esaltante di una “scesa in campo” che è stata un’immediata salita ai vertici dello Stato, pensa oggi di ripetere il colpo andando subito a fare, oltre che il Capopartito, il protagonista, l’uomo chiave della politica italiana. Un passo più lungo della gamba. Perché anche il suo ruolo di leader, del Partito dei Magistrati non è poi così al sicuro. Sarà pure eletto, ma “è Grasso che cola”.