Il referendum e le interferenze

A un anno dal referendum del 4 dicembre 2016, che ha salvato la nostra Costituzione e con essa la forma di Stato democratico e la forma di governo parlamentare, alcune riflessioni si impongono onde evitare il disincanto dell’opinione pubblica, cui spesso conduce il travisamento dei fatti. Innanzitutto, la “riforma” costituzionale proposta (e per fortuna evitata) era profondamente sbagliata (persino sotto il profilo tecnico-giuridico!) e finanche pericolosa.

Infatti, la previsione di un Senato dotato di importanti poteri legislativi, ma non eletto a suffragio universale diretto, poneva in discussione addirittura il principio della sovranità popolare e la clausola di supremazia dello Stato sulle Regioni pregiudicava l’altrettanto fondamentale principio autonomistico, il quale, manifestazione del pluralismo istituzionale, è linfa essenziale di libertà, tanto più in un Paese a tradizione storica e culturale articolata, come l’Italia. Destano, pertanto, non poche perplessità le affermazioni contenute nell’articolo di recente pubblicato su “Foreign Affairs” dall’ex vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e dall’ex Vice Assistente Segretario della Difesa, Michael Carpenter, secondo cui la Russia avrebbe agito per “influenzare le campagne politiche di un ampio numero di Paesi europei, incluso il referendum in Italia sulla riforma costituzionale”.

È proprio questa inclusione che non convince, sia perché assolutamente generica sia perché priva di qualunque specificazione delle modalità con cui l’ingerenza si sarebbe concretizzata sia perché sfornita di qualsiasi elemento indicativo degli effetti che avrebbe avuto sulla libera espressione della volontà del popolo italiano, che, con una straordinaria partecipazione al voto (65,5 per cento degli aventi diritto) e una schiacciante maggioranza (59,11 per cento, pari a 19.419.507 “No”) ha sancito l’intangibilità dell’assetto costituzionale della Carta.

Al contrario, si ricorda che l’ex Ambasciatore americano in Italia, John Phillips, ad un incontro sulle relazioni transatlantiche organizzato a Roma il 13 settembre 2016 dal Centro Studi Americani, ebbe a dichiarare che: “La vittoria del sì sarebbe una speranza per l’Italia, mentre se vincesse il no sarebbe un passo indietro”, perché “quello che serve all’Italia è la stabilità e le riforme assicurano stabilità e per questo il referendum apre una speranza”, non senza rimarcare che “molti Ceo di grandi imprese Usa guardano con grande interesse al referendum”.

Come se non bastasse, il successivo 18 ottobre 2016, nella conferenza congiunta alla Casa Bianca, con il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, il Presidente Barack Obama non mancò di precisare: “Non voglio parlare della consultazione né interferire, ma le riforme fatte da Matteo sono giuste e coraggiose. Io faccio il tifo". E ancora: “Il governo di Matteo Renzi sta portando avanti riforme coraggiose, noi sosteniamo il referendum per un sistema politico più responsabile”.

Ancora: “Ci sarà un referendum per ammodernare le istituzioni italiane che può aiutare l’Italia verso un’economia più vibrante”.

Come si vede, i rappresentanti dell’ex Amministrazione americana hanno la memoria corta, non considerando la storia del nostro Paese e del suo assetto istituzionale, che di essa è figlio. Il referendum costituzionale dell’anno scorso non ha subito condizionamento alcuno, se non l’auspicio di lobbies finanziarie internazionali, che avrebbero preferito, con la vittoria del “Sì”, un’Italia sotto controllo. La riforma non è passata semplicemente perché contrastante con la democrazia costituzionale e libertaria, che la Carta esprime e che il popolo italiano ha inequivocabilmente riaffermato.

(*) Docente di Diritto costituzionale nell’Università di Genova e di Diritto regionale nelle Università di Genova e “Carlo Bo” di Urbino