Grasso, il problema dell’arbitro-giocatore

Il presidente del Senato, Pietro Grasso, ormai è un problema. Da arbitro è diventato giocatore ed è sceso in campo con ancora la giacchetta nera indosso. In Italia in genere da tempo, dal 1992, coloro che dovrebbero essere terzi sono diventati parti come le altre e si nascondono dietro le istituzioni che non sempre degnamente incarnano.

Si potrebbe dire, in questo senso, che le toghe dei magistrati e i fischietti degli arbitri si siano tutti ammalati dello stesso morbo: il protagonismo. Questo morbo ha contagiato anche la politica attraverso il cosiddetto leaderismo, cioè il partito di un uomo solo. Che, al comando o meno, rimane investito di una qualche carica solo per l’appeal mediatico che promana piuttosto che per un’investitura politica. Molte delle responsabilità per questo stato di fatto vanno date ai mass media che in Italia, a causa di comportamenti visibilmente faziosi e spesso in malafede, stanno facendo di tutto per essere coinvolti come in un boomerang sulla polemica delle fake news.

Mai come in questo periodo l’articolo 21 della Costituzione sta diventando un infingimento. Un totem e un tabù ma anche una foglia di fico. Mutatis mutandis, la libertà di stampa è diventata una favola come quella della rieducazione del reo prevista dall’articolo 27 della Costituzione che ognuno cita e nessuno applica. In crisi però sono tutte le figure arbitrali, comprese quelle calcistiche che preferiscono la popolarità e l’esibizione al lavoro quotidiano e all’imparzialità. E questa non è una novità dell’Italia dei Pietro Grasso o dei Jack O’Melly.

Purtroppo i bisnonni di questa tendenza si chiamavano Oscar Luigi Scalfaro e si chiamano ancora Antonio Di Pietro e insieme a loro tutti i fautori del sostanzialismo giudiziario senza regole. Una scuola di pensiero non a caso inventata da Palmiro Togliatti.