Ghizzoni-Boschi, il giorno della verità

Un appuntamento, il 12 dicembre 2014 e non nel 2015 come scriveva Ferruccio de Bortoli nel proprio libro forse confondendo le date, per discutere se Unicredit potesse valutare di acquistare Banca Etruria.

Il colloquio, quello dell’ex amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni con il ministro Maria Elena Boschi, che, a dire del primo, ieri in Commissione parlamentare di inchiesta sulle banche, non verteva sulle preoccupazioni per la banca e tanto meno per il padre vicepresidente in odore di commissariamento (avvenuto nel febbraio 2015) ma sull’impatto di quel crack sulla realtà delle piccole e medie imprese locali toscane. “Era preoccupata per i problemi del territorio”, ha detto ieri Ghizzoni.

Ci si può credere o meno. Però forse non è il caso di classificare il tutto come “indebite pressioni”. Anche se la successiva mail il 13 gennaio 2015 da parte del banchiere Marco Carrai che rimandava sibillinamente al dossier Etruria farebbe pensare, con quel “mi si chiede...”, e con quella parola usata, “sollecito”, che Renzi e i renziani non si fossero ancora rassegnati al disinteresse di Unicredit. Detto questo, parlare di chissà quali pressioni o di ricatti sembra contrastare con la logica della lingua italiana. Certo siamo in campagna elettorale e va sottolineato che su Banca Etruria all’interno del Pd e segnatamente del Giglio magico qualche furbizia si è probabilmente usata. Peraltro senza alcun apparente risultato.

Una vicenda un po’ ridicola? Magari squallidina? Difficile negarlo. Ma legare a tutto ciò la linea editoriale di tre o quattro giornali d’assalto un po’ a trazione forcaiola, di destra o di sinistra che siano, per non parlare della campagna elettorale dei Cinque Stelle, potrebbe anche trasformarsi in un boomerang. O no?