Una difesa comune nel futuro dell’Ue

Immigrazione, difesa europea e Brexit: un fil rouge che ha concluso e dominato l’ultimo vertice dell’anno dei capi di stato e di governo dell’Ue concluso la settimana scorsa a Bruxelles. Una vera e propria lezione di integrazione europea che ha visto, finalmente, l’avvio della Cooperazione strutturata permanente (Pesco, secondo l’acronimo inglese ormai di uso comune). In cantiere ormai da diversi mesi (ma politicamente auspicata dai tempi in cui è entrato in vigore il Trattato di Lisbona quasi dieni anni fa), l’intesa di una difesa rafforzata inizia a prendere forma sotto la regia strategica dell’Unione europea.

La decisione storica, che trasforma l’Ue in un negoziatore istituzionale e credibile per la sicurezza internazionale, vedrà come prossima tappa un’adozione nel corso del 2018 del programma industriale comune così da poter finanziare i primi progetti di capacità di difesa già nel 2019.

Alla cooperazione strutturata permanente in materia di difesa parteciperanno 25 Stati membri (resteranno fuori Regno Unito, Malta e Danimarca) e avranno come cornice procedimentale l’istituto della cooperazione rafforzata ai sensi degli articoli 42, paragrafo 6, e 46 del Trattato Ue.

Per la verità la Pesco non si traduce nella creazione di un esercito europeo né equivale alla realizzazione della difesa comune, bensì in una condivisione di progetti comuni (e non vincolanti) per quanto in materia di difesa. Non è stato quindi posto nessun requisito di accesso, se non la sottoscrizione, come richiesto dall’articolo 42 del Trattato Ue, di alcuni impegni da modellarsi in base alle esigenze dei singoli stati membri. Inoltre, ogni paese, posto l’obbligo di prendere parte ad almeno un progetto, potrà regolare la propria partecipazione sul livello che riterrà più opportuno. Un considerevole compromesso se si pensa che la Francia e la Germania puntavano a una Pesco particolarmente ristretta e aderente alla sua concezione iniziale. Dall’altro, molti piccoli Stati temevano una cooperazione troppo incentrata sull’asse franco-tedesco.

A questo punto non resta altro che definire il cronoprogramma dei singoli progetti. L’Italia ne sarà responsabile di quattro: creazione di un centro di addestramento di certificazione per le forze armate europee, sviluppo di una “capacità” multinazionale militare di soccorso in caso di disastri naturali, sviluppo di una capacità in materia di sorveglianza e protezione di aree marittime, sviluppo di prototipi di veicoli di fanteria leggera, anfibio e corazzato.

Insomma, sembra non essere più rinviabile anche un’Europa della difesa. Se a questo, poi, aggiungiamo le politiche di intervento alla lotta al terrorismo il quadro normativo e istituzionale non può che essere una cooperazione rafforzata. Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha definito questo nuovo inizio come “un sogno che diventa realtà, un’espressione pratica della nostra volontà di costruire Europa”. L’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, invece ha commentato il successo “nel mondo c’è un forte bisogno che l’Unione europea sia attiva come punto di riferimento”.

Chissà, forse i cittadini europei non aspettano altro che sentir pronunciare le stesse dichiarazioni però in ambito di interventi sociali, solidarietà economica e sviluppo di investimenti.