Travaglio e lo scioglimento nell’acido

Il rancore, l’odio mascherato da un giustizialismo da quattro soldi, l’avversione verso chi ha il “torto” di non pensarla come lui (e quindi di non assecondarlo pedissequamente in ogni sua crociata mascherata) hanno condotto, l’altro giorno, il direttore de “il Fatto Quotidiano”, Marco Travaglio, a twittare “fuori dal vaso”.

Forse ancora in preda agli effetti dei bagordi natalizi, e magari dopo un brindisi festaiolo con Luigi Di Maio, Travaglio ha scritto sul social network che “la legislatura che sta per essere sciolta (si spera nell’acido) è stata una delle peggiori nella storia repubblicana...”. Le Camere sono state poi sciolte (ma non nell’acido) tramite decreto presidenziale dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, come prevedono le regole democratiche.

Ma, sempre tramite Twitter, a rispondere al direttore del quotidiano, è stata Lucia Annibali, la donna di Urbino sfigurata dal suo ex fidanzato: “Chi, come me, ha conosciuto l’effetto dell’acido, per sua sfortuna, si augura che questo non debba accadere a nessuno”.

Non contento, il capo del “Fatto” ha controreplicato sostenendo di non sapere che la parola “acido” fosse stata proibita dall’Inquisizione del politicamente corretto. Sicuramente Travaglio ha scelto di ricorrere a una metafora “forte” per esprimere un giudizio politico (?) sulla legislatura ormai finita e augurarsi, nel contempo, la scomparsa del Partito Democratico e di tutti quei partiti che hanno sostenuto la maggioranza uscente. Sarà, ma lo scioglimento nell’acido a noi ricorda un metodo mafioso come quello adottato con Di Matteo: non il togato “ispiratore” di tante colonne de “il Fatto Quotidiano”, ma Giuseppe, il bambino rapito nel ’93 quando aveva 13 anni e sciolto appunto nell’acido nel gennaio del 1996 su ordine di Giovanni Brusca. La colpa del piccolo era, suo malgrado, quella di essere figlio di Santino Di Matteo, ex-mafioso divenuto poi collaboratore di giustizia.