Libertà d’associazione e obbedienze massoniche

In Italia, il 2017 s’è chiuso male pei diritti di libertà, e segnatamente per la libertà d’associazione, con la relazione della presidente della commissione parlamentare antimafia, onorevole Rosy Bindi, su presunte infiltrazioni di mafiosi o ’ndranghetisti in logge massoniche. Lo scritto contiene anche reali passi d’umorismo involontario, come quello secondo il quale, giurando gl’iniziandi sulla Costituzione e le leggi dello Stato che ad essa si conformino, poi da massoni non sarebbero tenuti ad osservare tutte le leggi dello Stato. Sarebbe come dire che la Corte costituzionale, nel momento in cui ha per funzione dichiarare l’incostituzionalità delle leggi non conformi alla Costituzione, di fatto violi norme di legge.

Comunque sia, la Bindi propone una reformatio in pejus della legge Spadolini sulla P2 o provvedendo allo scioglimento delle obbedienze massoniche, o sancendo il divieto dell’appartenenza ad esse di funzionari dello Stato. Ciò nel presupposto che da tempo mafia e ’ndrangheta avrebbero manifestato interesse a questa istituzione iniziatica tradizionale, secondo atti d’indagine peraltro mai approdati ad un giudicato, quindi all’accertamento di una realtà almeno processuale; così come, del resto, avviene per le stesse istituzioni dello Stato ed è storicamente avvenuto per le gerarchie, in taluni casi, della Chiesa Cattolica Romana.

Non s’intende, qui, entrare nel merito delle affermazioni gratuite contenute in questo testo bizzarro, secondo il quale la prova dell’assunto sarebbe che nel 2016 nel comune di Castelvetrano, in Sicilia, 4 assessori su 5 sarebbero stati iniziati in logge massoniche e 7 consiglieri su 30, senza che peraltro venga fornita nessuna prova dell’appartenenza di detti assessori e consiglieri a cosche mafiose. In base alla stessa logica, un poco razzista nei confronti dei siciliani, se in un comune siculo il Partito Democratico, per fare un esempio, ottenesse la maggioranza dei consiglieri e degli assessori, allora vorrebbe per forza dire che quei consiglieri ed assessori sono mafiosi e quel partito è infiltrato. Ci si limita a rilevare che le misure proposte in ipotesi dall’onorevole Bindi: scioglimento e/o divieto d’appartenenza per membri della magistratura, delle forze armate o dell’ordine e delle pubbliche amministrazioni dello Stato, sono in buona sostanza le medesime previste dalla legge fascista 26 novembre 1925, n. 2029 sulle “associazioni segrete”.

Si rileva, oltretutto, che lo Stato italiano venne condannato già per ben tre volte dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, su ricorso del Grande Oriente d’Italia. Innanzitutto per due leggi regionali, rispettivamente della regione Marche e della regione Friuli-Venezia Giulia, nelle quali, disciplinando le nomine a cariche pubbliche regionali, si prevedeva che chi le avesse ricoperte avrebbe dovuto dichiarare l’eventuale appartenenza a logge massoniche. Nella sentenza del 2 agosto 2001, in ricorso 35972/97, relativa alle regione Marche, la Corte rilevò la violazione dell’articolo 11, sulla libertà di riunione ed associazione, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali; nel caso della regione Friuli-Venezia Giulia, con la sentenza del 31 maggio 2007, in ricorso 26740/02, la Corte ha condannato lo Stato italiano, in quanto ha dichiarato all’unanimità ricevibile il ricorso e applicabile alla fattispecie il combinato disposto fra l’articolo 14, divieto di discriminazione, e l’articolo 11 sulla libertà di riunione ed associazione. Per gli stessi motivi, con sentenza del 17 febbraio del 2004, in ricorso n. 39748/98, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato lo Stato italiano a risarcire un magistrato ordinario, all’epoca di tribunale, per un provvedimento disciplinare del Consiglio superiore della magistratura in quanto il detto magistrato risultò attivo e quotizzante in una loggia del Grande Oriente. Quello che occorre rilevare, quindi, è come l’onorevole Rosy Bindi proponga provvedimenti già condannati da una costante giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Un atteggiamento alla Erdogan. La questione solleva un problema politico di fondo: perché, in questa benedetta Nazione, quando c’è una situazione sociale da risolvere, si pensa sempre a misure repressive e non a regolarla con norme liberali, come quelle che si diede la Francia fin dalla legge sulla libertà d’associazione del 1 luglio 1901, n. 21055? Non sarebbe il caso di cambiare rotta, e pensare a darci una legge organica sulla libertà d’associazione.

Una proposta in tal senso venne avanzata, a suo tempo, dal professor Paolo Ungari, anche se la morte “fortuita” dell’insigne giurista non permise allo stesso di presentare uno schema di disegno compiuto. La Francia ha risolto con quella legge, in senso liberale, una marea di questioni: dalla massoneria ai partiti politici, dalle unioni sindacali agli ordini cavallereschi diversi da quelli statali, il tutto ricondotto alla libertà d’associazione, di riunione e senza discriminazioni: libertà, uguaglianza, fratellanza.