Il buon senso non è biodegradabile

Questa storia dei sacchetti biodegradabili a pagamento è nata male e continua peggio. Nella migliore delle ipotesi è l’ennesimo paradigma dell’imbecillità al Governo, nella peggiore della furbizia pelosa dell’italiano medio, quello che Alberto Sordi interpretava benissimo nei suoi film. C’è però un’altra ipotesi intermedia, forse la più verosimile: che il paradigma sia contemporaneamente quello dell’imbecillità e della furbizia pelosa, con abbondante condimento di presunzione, pressapochismo e menefreghismo. E con la velata speranza che le buone intenzioni ambientaliste coprano il tutto, come l’erbetta ed i fiori, seminati in dieci centimetri di terra buona, possono coprire le discariche che ci avvelenano.

Solo una mente menomata nelle facoltà razionali e psichiche poteva progettare un guazzabuglio del genere. Infatti: per realizzare il nobile intento di salvaguardare l’ambiente, non sarebbe bastato imporre ai supermercati l’uso dei sacchetti biologici, continuando a lasciarli “gratuiti” come sempre? Gratuiti è tra virgolette perché i sacchetti in realtà si sono sempre pagati: non ce ne accorgevamo solo perché il loro costo era incluso in quello del prodotto. Oppure: perché non permettere le borse a rete riusabili? E perché solo i sacchetti e non i guanti? Boh?! Si è preferita la soluzione pasticciata che scontenta tutti: gli acquirenti per ovvi motivi, i supermercati perché venderanno di meno, gli stessi politici al Governo perché perderanno consensi. Di qui l’imbecillità al Governo. Ma forse volevano raggranellare qualche milione sottobanco, in forma poco appariscente, che non andasse sotto la voce tasse che, per carità, dicono tutti che sono già troppo alte e che bisogna diminuire. Di qui la furbizia pelosa. Che però, visto il clamore sollevato, si è trasformata in dabbenaggine palese. Ma ecco che alla furbizia pelosa si contrappone il genio italico, quello del “...fatta la legge, trovato l’inganno”.

Il consumatore, per evitare l’odiato balzello, non userà i sacchetti, ma etichetterà il singolo frutto e la singola verdura, arrivando al parossismo di etichettare ogni singolo acino, nel caso d’acquisto di un grappolo d’uva. Fregati quindi entrambi, il supermercato e il Governo, mantenendo viva la tradizione delle furbate italiche, vere o presunte: quella delle finte finestre trompe-l’oeil in Liguria, per schivare la tassa su di esse, oppure quella del pane sciapo per evitare la tassa sul sale in Toscana. Ma il genio italico abita anche nella controparte, che non tarda ad escogitare la contromossa: il costo del sacchetto sarà imputato a fronte della singola etichetta di pesatura, anche se non usi il sacchetto. Etichetta pure ogni singolo acino d’uva, pagherai altrettanti sacchetti! La tassa sui sacchetti si trasforma, ipso facto, in tassa sulle etichette di frutta e verdura, di male in peggio.

Il caso quindi monta in fretta: se ne è parla più delle bombe atomiche di Kim e di Trump e della grandezza dei loro bottoni nucleari. Il Governo non può far finta di nulla e corregge il tiro. Per modo dire, perché la correzione è peggiore dell’errore, la classica toppa peggiore del buco. Il ministero sentenzia: “No al riutilizzo, sì monouso da casa”, si potrà scegliere di portare da casa i sacchetti, ma spetterà agli esercenti verificare che siano conformi alle norme. “Esiste il rischio di eventuali contaminazioni”, secondo il segretario generale del ministero. Si dimenticano sempre dei guanti, ma non esageriamo. Stando così le cose, vi immaginate la casalinga di Voghera che compra su Amazon 1000 sacchetti biodegradabili al costo di centesimi 1 cadauno, invece dei 2 o 3 centesimi che dovrebbe pagare al supermercato, con un risparmio del 100 o del 200 per cento? Portandoseli poi sempre appresso, in congruo numero, ogni volta che va a fare la spesa? E vi immaginate il supermercato che dovrà incaricare un addetto al controllo dei sacchetti portati da casa? Fra un po’ verrà la Befana, spero che nella calza dei nostri politici al Governo metta buon senso, tanto buon senso.