Le “illusioni” statistiche

Con tutto il rispetto se c’è una scienza che può essere lavorata “ad nutum” per offrire risultati diversi a seconda dei casi, è proprio la statistica.

Sia chiaro, qui nessuno mette minimamente in dubbio l’importanza, l’utilità e per certi versi l’indispensabilità della scienza che per primo nel XVII secolo William Petty mise in campo. Quella che invece va discussa è l’estrema elasticità con la quale si possono scegliere i campioni di riferimento, non a caso definiti aleatori, oppure i metodi di selezione dei parametri di calcolo.

Insomma, senza scomodare il pollo di Trilussa è fin troppo evidente che la linea di tendenza, l’orientamento, la media, sono un conto, la composizione della realtà specifica un altro. Per farla breve è possibile annunciare realtà molto diverse tra loro, partendo da riferimenti alternativi che possono per questo suscitare ad arte ottimismo piuttosto che pessimismo. Come se non bastasse le informazioni sui risultati di molte indagini tendono a interpretazioni che solo apparentemente sono migliorative.

È il caso ad esempio della povertà assoluta, che può diminuire se il mondo nel suo complesso si arricchisce a scapito però della povertà relativa che invece aumenta. Insomma, se la ricchezza totale cresce molto, ma si concentra in un numero di mani sempre minore, il mondo sarà più ricco ma con i poveri in aumento. Il risultato dunque non potrà che essere quello di annunciare un successo che nasconde un insuccesso, perché la giustizia sociale impone ovviamente la migliore distribuzione della ricchezza al fine di ridurre non tanto la povertà, ma il numero dei poveri.

Per non parlare poi del fatto che avendo ogni medaglia due volti, parlare solo e sempre di quello buono può essere fuorviante se non illusorio. A tal proposito l’Istat in queste settimane ha intensificato con l’ausilio dei maggiori media gli annunci su uno stato di salute del Paese che sembra essere florido, prosperoso e pieno di germogli e di successi. Sarà così? È proprio vero che l’Italia sia tanto lanciata verso il benessere, la diminuzione concreta del debito, la facilità di trovare lavoro, l’aumento dei soldi nelle tasche della gente e il miglioramento dei servizi? È proprio vero che ogni voce che possa essere direttamente o indirettamente (comprese quelle nascoste) ricondotta alle tasse, alle imposte, agli adempimenti onerosi e obbligatori, sia diminuita tangibilmente?

Ecco che qui casca l’asino, perché ad esempio nei calcoli annunciati sul debito sono stati esclusi sei miliardi per salvare le banche, così come nulla si è considerato sulla grandinata di aumenti tariffari e sugli ulteriori obblighi onerosi disposti a carico delle aziende nel 2018. Sull’occupazione poi stendiamo un velo, perché i metodi di calcolo sono talmente aleatori rispetto al senso della cosa che basta lavorare poche settimane in un anno per essere considerati “occupati”.

Insomma, la vera statistica la fanno gli italiani, basta intervistarli dal Nord al Sud, per sapere se sono più ricchi, meno tartassati, più facilitati al lavoro, soddisfatti dei servizi pubblici, dell’accesso al credito e pronti a spendere e consumare sempre di più. Basta chiedere agli italiani se cinque anni di centrosinistra abbiano cambiato l’Italia e la vita di tutti, rendendola più serena, più facile, più agiata, più sicura e più felice. Basta chiedere se ritengono amico il fisco, efficiente lo Stato, funzionale la burocrazia o il servizio pubblico. Basta chiedere infine se per gli italiani oggi affrontare la quotidianità dopo le esperienze Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, sia diventato un percorso sull’olio anziché sulla carta vetrata. Basta chiederglielo, il 4 marzo ci risponderanno, ça va sans dire...