Il vero significato (ignorato) degli slogan di odio della manifestazione palestinese a Milano

Durante la recente manifestazione di Milano organizzata dal presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, Mohammad Mahoun, sono stati ripetutamente scanditi slogan sia in arabo che in inglese che incitavano all’odio e alla violenza contro Israele e contro gli ebrei con parole che potrebbero essere in violazione della Legge Mancino del 1993, che punisce gesti, azioni e slogan relativi all’ideologia nazifascista e che mirano all’incitamento della violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionalisti. Tra le frasi urlate dai manifestanti e dai loro leader, frasi giustamente condannati dalle autorità civiche e religiose, c’erano “Israele fascista, Stato terrorista”; “Palestina libera, Palestina vincerà”; “Un sasso qua un sasso là, un sasso per la libertà”; “Palestina terra mia, Israele vai via”; “Free free Palestine”. Ma i più gravi incitamenti alla violenza erano scanditi ripetutamente in arabo: “Khayber, Khayber, ya yahud, jish Muhammad sa ya’ud” (“Khayber, Khayber, Ebrei! L’esercito di Maometto sta tornando”), riferimento alla battaglia del settimo secolo in cui le forze maomettane invasero e trucidarono tutti gli abitanti del villaggio ebraico di Khayber, che nel contesto attuale, è un urlo di guerra che invita le armate islamiche ad uccidere gli ebrei; e “Al-Quds rayhin, shuhada be meleyin” (Gerusalemme, arriviamo, siamo milioni di martiri).

Nel caso che queste parole non fossero abbastanza chiare, gli organizzatori della manifestazione hanno ribadito varie volte dal microfono ufficiale che “non è solo Gerusalemme a dover esser liberata; tutta la Palestina è sotto occupazione” e che bisognava “liberare non solo Gerusalemme ma tutta la Palestina.” In altre parole, stavano dicendo che non c’è futuro per i negoziati, perché non c’è futuro per uno Stato ebraico, per Israele, Stavano facendo capire che Israele deve essere rimpiazzato da uno Stato Islamico di Palestina. L’organizzatore palestinese ha detto questo dopo aver chiesto ai manifestanti di scandire soltanto slogan “rispettosi del paese in cui viviamo”, e che l’organizzazione palestinese sarebbe stata responsabile esclusivamente per le affermazioni dei propri leader e non per le frasi pronunciate dai partecipanti al corteo.

Alla fine della manifestazione, l’Imam del Centro Islamico della Lombardia, Abdul Aziz Rajab, ha pronunciato un discorso impetuoso che ha ulteriormente infiammato la folla, chiedendo la liberazione della Palestina con “le nostre vite e il nostro sangue”. “Siete i soldati che libereranno la Palestina dai sionisti”, ha affermato. Ha accusato i leader arabi di aver svenduto la Moschea di Al Aksa ai nemici, dando dell’”imbecille” al Presidente Usa Donald Trump. Ha detto poi che è arrivato il momento per gli arabi e i musulmani di svegliarsi, che “cristiani, musulmani e ebrei” supportano questa rivoluzione e ha ringraziato le nazioni europee, “specialmente l’Italia e il Vaticano” per aver votato contro la dichiarazione di Gerusalemme capitale di Israele.

Va ricordato a proposito che Trump non è stato il primo Presidente degli Usa ad aver detto che Gerusalemme è la capitale di Israele, e proponendo di trasferirvi l’ambasciata statunitense. Clinton, Bush Junior e Barack Obama promisero esattamente la stessa cosa – promesse mai mantenute – ma le promesse fatte in precedenza non avevano mai generato tanto furore quanto quello generato dalla dichiarazione di Trump. Va ricordato inoltre che il Presidente Usa non ha mai parlato di una Gerusalemme “unita” ed ha ricordato anzi che i confini erano ancora da definire, lasciando quindi spazio di manovra ai palestinesi per rivendicare un loro diritto a Gerusalemme in vista di negoziati futuri e per condividere la capitale con lo Stato Ebraico, come hanno proposto molti israeliani ed ebrei della diaspora.

Per quanto riguarda l’Ajc e i tanti fra noi che si sono impegnati per realizzare il sogno di una futura pace con uno Stato arabo palestinese ed uno Stato ebraico chiamato Israele (come affermato nella Risoluzione Onu del 1947 che diede i natali allo stato di Israele ma che fu rifiutata senza se e senza ma dal mondo arabo), il sogno di due Stati che possano vivere fianco a fianco, per noi tutto questo incitamento all’odio, alla guerra, al terrore tramite il “martirio” e il rifiuto di accettare anche l’esistenza di Israele è scoraggiante, deludente e spaventoso. Non ci troviamo ad affrontare solamente la chiara mancanza di volontà da parte palestinese di accettare qualunque compromesso per la pace (come già dimostrato varie volte dal loro rifiuto di accettare i piani di pace posti sul tavolo nei vari negoziati attraverso gli anni), ma anche l’esistenza di un vicino che insegna al proprio popolo di odiare incessantemente.

Sorge spontaneo domandarsi come sia possibile che i Paesi europei e l’Onu continuino a fare finta di niente di fronte a questa ovvia, dolorosa discrepanza, a questa barriera alla pace, continuando ad incoraggiare l’odio e la violenza palestinesi, evitando di affrontare il rifiuto palestinese, addossando ripetutamente ad Israele la responsabilità per lo stallo nei negoziati.

Da parte palestinese, l’origine del rifiuto e dell’odio sembrano scaturire da una fanatica interpretazione religiosa del precetto islamico in cui si afferma che qualunque terra sulla quale abbia regnato l’Islam in passato appartiene per sempre all’Islam. I cinici dittatori totalitari del popolo palestinese hanno usato questo precetto per avvelenare le menti non solo dei palestinesi ma anche dei popoli di tutte le nazioni governate da leader islamici, e delle minoranze islamiche (sia sciite che sunnite) nei Paesi di tutto il mondo. Inoltre, come hanno dimostrato vari sondaggi dell’Onu e di altre organizzazioni internazionali, il tasso di alfabetismo e di educazione, e le traduzioni in arabo dei classici che costituiscono la fondamenta intellettuali delle democrazie occidentali, rimangono a livelli paurosamente bassi. La volontà di tenere il popolo in uno stato di ignoranza facilita di molto il condizionamento all’odio cieco e la loro decisa, obbediente tolleranza degli abusi dei diritti umani come ad esempio la mancanza di libertà di coscienza o di libertà di religione (tra cui il diritto a scegliere la propria religione o di non sceglierne alcuna), eguali diritti per uomini e donne, diritti individuali riguardanti gli stili di vita, la sessualità, l’abolizione della pena di morte, ecc..

La cosa più straordinaria di tutto questo è che gli orrendi e tragici abusi dei diritti umani che vengono commessi di continuo da altri Paesi del mondo attraggono scarsa attenzione, e non ispirano neanche lontanamente la furia che si abbatte su Israele ogni qualvolta essa commetta (o spesso sembra solo che abbia commesso) il minimo passo falso.

Il mondo non si rende conto che in Israele il 20 per cento della popolazione sono palestinesi integrati, cittadini israeliani, che vivono liberamente, che sono liberi di pregare, di frequentare scuole e università condivise con cittadini israeliani di fede ebraica, mentre ai palestinesi che a distanza di 70 anni vivono ancora nei campi amministrati dalla Unwra nei Paesi dei loro fratelli arabi come il Libano, la Siria, la Giordania e il Kuwait, a questi palestinesi i loro fratelli arabi spesso impediscono di acquisire la cittadinanza, di avere diritto all’educazione, di acquistare beni immobili, di accedere al welfare e ai servizi sanitari nazionali, ecc.. Questi diritti, normali per tutti gli altri cittadini, sono negati o limitati in modo che i “leader” politici palestinesi possano sfruttare l’attrattiva propagandistica dello stato perpetuo di “rifugiati”, per utilizzarlo come merce di scambio per pretendere il diritto al ritorno alla terra compresa nei confini che definivano la Palestina prima del 1948 per i figli, i nipoti e i pronipoti dei rifugiati originari, moltiplicatisi in maniera esponenziale, in modo da distruggere lo Stato Ebraico.

Il popolo palestinese è stato trattato malissimo dai suoi parenti arabi, eppure agli occhi del mondo solo Israele è considerato colpevole della loro condizione. E il mondo si è convenientemente “dimenticato” che la guerra del 1948 non ha solo creato 726mila rifugiati palestinesi (secondo le stime dell’Onu), ma anche un numero pressappoco analogo di rifugiati ebrei dalle terre arabe come Algeria, Egitto, Iraq, Libia, Marocco, Siria e Yemen (Aden) che gli si rivolsero contro con persecuzioni e pogrom dopo quasi 2000 anni di coabitazione. Va anche ricordato che dopo la Seconda guerra mondiale, i rifugiati ebrei - tra cui la sottoscritta, che dovette fuggire con la sua famiglia da Vienna, Austria, 80 anni fa - non ricevettero un “diritto al ritorno”!

Trovare soluzioni alla devastazione umana causata da qualunque guerra è sempre una sfida difficilissima, ma ignorare, negare, scusare o – cosa peggiore – addirittura incoraggiare le chiare intenzioni di prolungare il conflitto attraverso la diffusione dell’odio ed il rifiuto di scendere a compromessi o partecipare a negoziati, è chiaramente una sentenza di morte per la pace. L’Italia, l’Europa e il mondo intero si stanno rendendo complici della catastrofica tragedia che incombe all’orizzonte.

(*) Rappresentante in Italia e di Collegamento presso la Santa Sede dell’American Jewish Committee