L’emendamento kafkiano e il Csm

“Errata nel metodo e nel merito e opaca nella genesi”. Il Consiglio superiore della magistratura lo scorso 13 gennaio ha bollato così quella norma inserita last minute nella legge di bilancio per abolire una legge che prevedeva che chi tra i togati abbia partecipato a una consiliatura a Palazzo dei Marescialli non possa poi per un anno ricoprire incarichi direttivi o semi-direttivi in magistratura, né concorrervi.

Un norma infilata lì dal deputato Paolo Tancredi, ex alfaniano. Che, in merito alla pensata, ha aggravato il tutto dicendo che venne consigliato da non meglio precisati “amici magistrati”. Sabato scorso al Csm si è svolto in materia un dibattito quasi surreale trasmesso poi lunedì sera nello speciale giustizia dedicato all’organo di autogoverno dei magistrati e curato da Lorena D’Urso. Kafkiano e surreale, anzi. Perché da una parte si discuteva su una norma che fa un favore a quanti in toga abbiano passato gli ultimi quattro anni nel palazzone di Piazza Indipendenza, mentre dall’altra tutti si sentivano scavalcati da quei lobbisti senza nome che hanno convinto Tancredi all’emendamento notturno di cui non ci si è accorti che a Finanziaria approvata. Tancredi oggi milita con la Lorenzin e quindi la spregiudicatezza sembra essere nelle sue corde. Tuttavia i magistrati, che pure tutto comandano in Italia avendo invaso da anni i poteri legislativo ed esecutivo con loro infiltrati speciali, avvertono che il clima sta cambiando. Forse perché un governo grillino con Nino Di Matteo agli Interni non appare rassicurante neanche al più forcaiolo degli antiberlusconiani. Forse perché tutto alla fine viene a noia specie, quando te lo fanno uscire fuori dagli occhi con la propaganda incessante televisiva.

Fatto sta che al Csm pensano a un complotto anti magistrati per una norma che, comunque sia, è a favore della corporazione. Una situazione kafkiana cui è stata dedicata un’intera seduta del plenum e che vale la pena di ascoltare (https://www.radioradicale.it/scheda/530834/speciale-giustizia) per rendersi conto come l’immaginario politico ed esistenziale delle istituzioni sia stato ormai invaso dal veleno dell’antipolitica e dintorni.