La Fontana del Boldrini

“Noi non possiamo accettare tutti perché, se dovessimo accettarli tutti, vorrebbe dire che non ci saremmo più noi come realtà sociale, come realtà etnica, Perché loro sono molti più di noi, più determinati nell’occupare questo territorio di noi. Noi, di fronte a queste affermazioni, dobbiamo ribellarci, non possiamo accettarle: qui non è questione di essere xenofobi o razzisti, qui è questione di essere logici, razionali. Noi non possiamo, perché tutti non ci stiamo. Quindi, dobbiamo fare delle scelte: decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società deve continuare a esistere o la nostra società deve essere cancellata: è una scelta”.

Questa è la trascrizione integrale del concetto espresso da Attilio Fontana, il candidato alla presidenza della Regione Lombardia sul quale in questi giorni la sinistra più bacchettona e benpensante sta provando ad esercitarsi in una polemica sterile oltre che controproducente. Sì, perché l’ipocrisia di chi in questo momento attacca Fontana si ritorcerà contro queste anime belle le quali si ostinano a non capire che il candidato governatore ha semplicemente detto ciò che in molti pensano forse usando - in maniera poco furba - un termine che ben si presta ad una serie di pistolotti da baciapile del politicamente corretto.

Forse, invece di razza Fontana avrebbe dovuto parlare della Nazione che va difesa da un’invasione che rischia di cambiare vistosamente l’antropologia culturale di questo Paese ma comunque il significato era chiaro ed inequivocabile tanto quanto il diritto di esprimere una sacrosanta opinione.

Alessandro Sallusti faceva giustamente notare che il termine “razza” non è una parolaccia tanto da essere contenuto anche nella nostra Costituzione (quella più bella del mondo, no?) che all’articolo 3 recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, ammettendo di fatto che le razze esistono ma che non devono giustamente costituire motivo di discriminazione (ci mancherebbe altro).

Insomma, siamo alle solite con le consuete teste gloriose che ritengono di avere il monopolio dei valori e si considerano in grado di distribuire le patenti di agibilità politica dicendo quali idee sono accettabili e quali non lo sono come se fossero i sacri sacerdoti dell’etica, gli “arbiter elegantiae” delle opinioni.

E così, dopo aver passato cinque anni a sorbirci le disquisizioni sul valore del termine “Presidenta”, dopo aver dovuto subire più di un cretino che - per compiacere l’ideologia dominante - toglieva i crocifissi dalle aule o sostituiva il termine “Gesù” con “Perù” nelle canzoncine di Natale, dopo aver dovuto assistere inermi alla vulgata secondo la quale gli immigrati andavano considerati come “risorse”, dopo aver dovuto soccombere sotto i colpi della retorica boldriniana, è arrivato il tempo di fornire una chiave di lettura alternativa. Senza paura, senza i pesanti condizionamenti esercitati in questi anni sulla pubblica opinione dal pensiero unico. Sperando che i tempi in cui Laura Boldrini sopprimeva il dissenso non tornino più e che si possa finalmente dire che sradicare interi popoli dall’Africa non è un bene sia per il migrante che per l’ospitante. Con buona pace dei buonisti del menga.