De Benedetti presenta il conto a Scalfari

Non avrei mai pensato di provare un giorno simpatia e compassione quasi filiale per Eugenio Scalfari. Eppure l’altra sera, davanti alle intemerate dichiarazioni vendicative di Carlo De Benedetti a “Otto e mezzo” – già “cavaliere bianco” auspicato a suo tempo dal cosiddetto Barbapapà come salvatore dell’Italia minacciata dal berlusconismo rampante – confesso di avere provato quei sentimenti.

Sentendo Scalfari parlare di politica o dei propri libri, da Fabio Fazio o sempre a “Otto e mezzo”, si capiva la solitudine in cui quest’uomo di potere, di successo e di molto denaro (almeno per essere un giornalista), è sprofondato con l’età. Anzi, la cosa lo rendeva persino più umano e accessibile. Sentire le critiche che rivolgeva a De Benedetti, peraltro in maniera educata, faceva sorridere per chi conosceva quel che ha rappresentato “la Repubblica”, nel bene ma soprattutto nel male per tutto il Paese. Ricordo ancora un benemerito convegno promosso da Marco Taradash nel 1996 avente per oggetto i primi vent’anni di influenza nefasta del gruppo De Benedetti-Caracciolo sull’immaginario italiota. Era un immaginario forcaiolo, ora come allora: la fermezza sul caso Moro, quella sul rapimento del giudice Giovanni D’Urso, il colpevolismo contro Enzo Tortora.

Negli ultimi tre o quattro anni con l’avvento del Partito Democratico di Matteo Renzi da una parte e con l’affermazione editoriale del “Fatto”, che per quelli de “la Repubblica” è stato il classico giornale “più puro che ti epura”, dall’altra, il tutto in un Paese a trazione para grillina, il quotidiano ex di piazza Indipendenza aveva assunto connotati più umani sulla giustizia. Anche per volere del nuovo direttore Mario Calabresi che prima era a “La Stampa”.

Ultimamente, con De Bendetti perennemente nell’occhio del ciclone, e non solo per il possibile insider trading sul decreto delle banche popolari, ma, soprattutto, per i debiti deteriorati di Sorgenia con il Monte dei Paschi di Siena (circostanza che delicatamente la Gruber ha omesso di citare), “la Repubblica” era stata costretta quasi a prendere le distanze da chi però l’altra sera ha ricordato - urbi et orbi - chi è che foraggia la baracca. E questo per non farsi epurare troppo dal più puro “Fatto Quotidiano” di Marco Travaglio. Però l’altra sera sentire messe in piazza tutte le note – e sempre negate dagli interessati – magagne di quel gruppo, dai primi 50 milioni di vecchie lire prestati da De Benedetti per fondare “la Repubblica”, ai 100 miliardi messi negli anni ’80 quando Caracciolo e Scalfari erano “tecnicamente falliti”, ai soldi rinfacciati (“un pacco incredibile di miliardi”) per vendere le quote azionarie a De Bendetti stesso, da parte di Barbapapà e del suo socio Caracciolo, mi ha quasi fatto male al cuore. Per non parlare delle maleducate allusioni al rincoglionimento presunto di Scalfari (“non è capace più di reggere un confronto di domande e risposte”) o a una sua pretesa ingratitudine verso questo ex cavaliere bianco che adesso presenta insieme tutti i conti esistenziali ed economici di quasi mezzo secolo di sodalizio.

Non ho potuto fare a meno di pensare che questo sia il prezzo del potere, del successo e dello stesso enorme benessere di cui Scalfari ha più o meno meritatamente goduto per tutti questi anni insieme ai suoi soci, alla sua famiglia e anche ai suoi giornalisti. Un prezzo altissimo, che si presenta di solito quando il tempo – galantuomo, ma anche “pugile invincibile” – ti ha quasi messo kappaò.

Che hanno fatto Scalfari, Caracciolo e “la Repubblica” a De Benedetti per meritare tutto questo? Difficile dirlo. Forse hanno sottovalutato i suoi difetti. Tra i quali c’è sicuramente quello di essere un uomo assai vendicativo. Mi viene infine in mente una frase detta da qualcuno in un’assemblea di redazione de “la Repubblica” - e riportata all’esterno di quel microcosmo - all’epoca in cui De Bendetti rilevò con quella “paccata di miliardi” le quote di Caracciolo e di Scalfari: “Caro Barbapapà, hai ragione quando ci dici che la libertà di stampa non si compra, però è vero che neppure si vende…”.