Sono un giornalista e nessuno mi può giudicare

“Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu”. “La verità ci fa male, lo sai”.

Domanda retorica: perché i giornalisti si sentono sempre defraudati di qualcosa se qualcuno osa giudicare il loro lavoro, specie se a farlo sono gli avvocati? Che per caso tra i tanti o pochi clienti che si ritrovano in ipotesi ne possono avere qualcuno accusato di associazione mafiosa – ‘ndrangheta – nella (una volta) beata Emilia. Non sia mai poi che a qualcuno venga in mente di istituire un osservatorio sui rapporti tra la procura e i cronisti a quelle latitudini. “Attentato alla libertà di stampa”. Indignazione. E il sindacato che ne approfitta per far vedere che esiste e batte un colpo. Ma sempre alla porta sbagliata. E poi paginate di “Repubblica” che vibrano per l’indignazione che i consigliori dei boss abbiano l’ardire di mettere sotto processo loro, i sacerdoti autoproclamatisi della libertà di stampa.

“Anatrema, su di voi”, come diceva l’allora giovane comico Giorgio Faletti nello sketch del predicatore folle all’epoca di “Drive in”. Ma se tutta questa indignazione si rivelasse in realtà una farsa o una gigantesca esposizione di una lunghissima coda di paglia?

Il problema dei processi celebrati, anzi recitati, nei talk-show esiste eccome. Come esistono tante assoluzioni e tante inchieste flop che però quando erano ancora allo stato larvale di indagini preliminari venivano pompate da questi cronisti – o da altri simili a loro – che ci lucravano carriere o comparsate televisive. Come esistono innocenti sbattuti per anni in carcere con accuse rivelatesi poi inconsistenti. E come esiste lo Stato di diritto, magari ancora per poco, e la presunzione di innocenza. E anche le condanne europee all’amministrazione della giustizia italiana o i mille e cinquecento e passa errori giudiziari annui che costano allo Stato cifre imprecisate intorno al mezzo miliardo di euro.

Soprattutto, esistono tribunali molto più autoritari i cui giudizi – contro i giornalisti e i loro editori che ricorrono alla scorciatoia giustizialista per vendere più copie – spesso sono inappellabili. Sono i tribunali dei lettori e di coloro che guardano la tivù la sera magari perché non hanno di meglio da fare. Se gli editori (e i giornalisti) di “Repubblica” confrontassero i propri dati di vendita attuali con quelli di solo una decina di anni orsono – e lo stesso vale per tutti gli altri giornali – scoprirebbero che tale giudizio, di condanna, è già stato emesso. E lo stesso discorso vale per le emittenti televisive pubbliche e private e i dati di ascolto.

Da giornalista mi rimane davvero difficile capire queste difese corporative della nostra categoria in cui i sindacati danno il meglio di sé. In un Paese in cui ci sono giornalisti ricattati e sfruttati da editori senza scrupoli, minacciati dalla mafia e indicati come bersagli agli elettori da alcuni partiti politici - tra cui spicca uno affacciatosi da poco sulla scena politica italiana - il problema dell’osservatorio sulla giustizia e i suoi intrecci mediatici in Emilia appare francamente passare in secondo piano. Magari, forse, c’è un prerequisito per tutti noi giornalisti che manca da tempo e che influisce molto negativamente sulle vendite: si chiama onestà intellettuale.