Antipolitica & iperpolitica

Voler tentare di definire in modo univoco il termine  “antipolitica”, ovvero di ricondurre ad unicità le sue diverse forme storiche, è impresa assai ardua, dato il suo ampio spettro semantico, per lo più anche incoerente, e la sua caratterizzazione fortemente polisemica.

Il termine “antipolitica”, nato nel XVII secolo per poi diffondersi nel XVIII, risale ai tempi della Grecia di Aristotele e definisce, in linea di massima, l’atteggiamento di coloro che si oppongono alla politica tradizionale considerandola solo una pratica di potere, utilizzata da partiti e leader politici, non per la salvaguardia del bene collettivo ma per propri interessi, concetto da sintetizzarsi, al giorno d’oggi, come avversione nei confronti della politica e delle sue molteplici forme.

Ed è proprio in Italia, più che in ogni altro Paese, sull’onda della così detta “questione morale” e della sua strabiliante fortuna dovuta a Tangentopoli con la sua pretesa giustizia democratica con tanto di verde tartaro nei denti, che il pregiudizio antipolitico si è a tal punto cementato da divenire l’unica chiave di rilettura dell’intera vicenda dell’Italia repubblicana.

Una sorta di damnatio, dunque, che risolve, anche retroattivamente, in un inappellabile giudizio liquidatorio ogni atto politico, un perenne sentimento di lontananza e allo stesso tempo di sudditanza, dovuto a plurisecolari dominazioni straniere e signorili ed a una scarsa o mal sentita coesione nazionale, un collante che neppure il fascismo, come versione autoritaria dell’antipolitica, pur con tutta la sua retorica di regime, è riuscito a costruire.

Premesso, dunque, che l’antipolitica si propone come polo negativo di una dialettica specificamente politica, v’è che essa si presenta in due versioni: l’una può definirsi “passiva”, fondata su un pregiudizio nettamente avverso alla politica per il suo carattere irrevocabilmente truffaldino, l’altra “attiva”, che prende di mira le distorsioni delle istituzioni democratiche ossia la loro degenerazione. Ed è proprio quest’ultima accezione a non rappresentare più la negazione, bensì la variante iperpolitica della politica, un eccesso di politica, a fronte invece di un suo deficit che caratterizza appunto la forma “passiva”.

Entrambe le declinazioni dell’antipolitica sono presenti in tutta la nostra storia nazionale determinando così uno iato insanabile tra le ragioni della politica e le ragioni della gente comune, che, se non ha creduto più alle promesse glorie di cartapesta del regime fascista, non è più disposta nemmeno a credere alle promesse di un luminoso rinascimento democratico formulate via via dai nuovi politici.

Tralasciando le precedenti espressioni dell’antipolitica – dal Fronte dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, alle spietate requisitorie contro la partitocrazia del  politologo Giuseppe Maranini, agli strali di Luigi Sturzo contro l’ingerenza dello Stato – v’è che per lunghi anni la protesta contro la partitocrazia, che costituiva la “linea del Piave” su cui si attestavano i cosi detti partiti dell’arco costituzionale, è stata l’arma della destra.

A partire dagli anni Settanta è il Partito Radicale di Marco Pannella a proporsi sul fronte dell’antipolitica, ma all’inizio degli anni Novanta l’antipolitica esonda dall’argine della destra e dilaga, dapprima con il movimento referendario di Segni, sfociando poi in “Mani Pulite”, che annienta i due maggiori partiti della prima Repubblica, ma stranamente salva il Pci, fino al successo della Lega Nord ed all’affermazione di Forza Italia, che tuttavia esprimono un’antipolitica, non ipo ma iperpolitica, finendo, peraltro, per occupare pur’esse posizioni di potere politico.

Cosicché anche la fantomatica Seconda Repubblica si sviluppa fiacca nel segno dell’antipolitica/iperpolitica, ravvivata appena dai fuochi fatui del Movimento 5 Stelle, nato dal V-Day nel settembre 2007, che interpreta una versione dell’antipolitica al contempo passiva e attiva.

Purtuttavia, nonostante l’apparente “furore” antipolitico, continuano a prosperare gli aspiranti becchini della democrazia, il pidocchiume affamato che annaspa nella putrida palude del malaffare politico e partitocratico, senza che alcuna aggregazione politica, al di là di spesso cervellotiche promesse, abbia il coraggio di proporre radicali mutamenti di questa stremata Repubblica: da una nuova forma di governo all’adozione di una moderna Costituzione, dall’abolizione delle Regioni come entità politiche e di altri apparati parassitari alla grande riforma giudiziaria, dalla ricostruzione partitica e dell’etica politica a quella della fiscalità ed alla fine del saccheggio pubblico. Ma queste non rappresentano altro che pallide esemplificazioni di ciò che un’autentica antipolitica attiva dovrebbe saper proporre onde non trasformare il dramma di questo Paese in una fosca, lugubre tragedia.