I liberali e la Lega

I liberali “storici” del Pli, quelli che rivendicano cioè una diretta continuità ideale con il Pli di Giovanni Malagodi, Croce ed Einaudi, in queste elezioni si presentano nel centro-destra assieme alla Lega. Non era una evoluzione scontata e non sarebbe stata possibile con la Lega di Bossi e le sue derive secessioniste, ma oggi sì.

Oggi Matteo Salvini ha posto rimedio al problema, non solo recuperando l’impostazione iniziale che fu federalista e non secessionista, ma permettendo alla Lega di estendere la sua rappresentanza a tutto il Paese. E questo è un bene per la Nazione, ma anche per tutto il centrodestra, per il venir meno della contraddizione che indeboliva le ragioni dello stare insieme. Ma cosa c’è di valido e peculiare oggi nell’impostazione della Lega? C’è il riconoscimento, che finora siamo riusciti a costruire qualcosa che possiamo definire democrazia, solo all’interno degli stati-nazione, dove cittadini uniti per lingua, religione, storia e cultura, si dividono su scelte che sono politiche (liberali e socialisti, centralisti e federalisti, giustizialisti e garantisti, liberisti e statalisti e così via) e non etniche e dove il loro voto risulta davvero contare qualcosa e incidere sulle scelte. A livello sovranazionale non è però così, il cittadino comune, anche dotato di cultura e informazione, non conta di fatto nulla nelle scelte della burocrazia di Bruxelles, della Nato o dell’Onu, con quest’ultimo che tende anzi ad assumere la forma di direttorio governativo mondiale, tanto più pericoloso in quanto non democratico, perché non paritario (cinque sole nazioni con diritto di veto) e non elettivo. Ma vi è di più. Guardando attentamente si scopre una linea di tendenza verso l’unificazione dei comportamenti, dei gusti, dei modi di vivere dei popoli, che tende ad annullare le loro differenze e le loro tradizioni, una linea che di anno in anno si fa più marcata.. I conflitti ideologici sembrano nascondere realtà sempre più simili e gli interessi nazionali sono ormai riassorbiti da vaste concentrazioni di interessi sovranazionali, in una corsa senza fine verso la massificazione.

La mancanza di autonomia delle nazioni, arrivata a livelli mai toccati in passato (si pensi all’Europa senza il petrolio arabo o ai popoli del Terzo mondo, ormai inurbati, senza l’aiuto occidentale) impedisce il fiorire di modelli di comportamento autonomi, impone la standardizzazione dei prodotti, delle strutture, dei linguaggi, in una corsa senza fine verso l’abolizione del diverso, verso un’uniformità totalizzante e piatta. E questo è un fenomeno valutabile, che possiamo accettare, favorire o respingere e la Lega ne critica molti aspetti. I liberali, che comprendono perfettamente i rischi dei nazionalismi aggressivi, l’utilità dell’Onu (ma come pura stanza di compensazione) e che sono senza dubbio a favore di una Europa unita davvero democratica, vedono però nella visione della Lega anche molte esigenze valide. Per vari motivi. La gente comune, all’estero, ricerca il monumento simbolo, l’angolo caratteristico, il pezzetto di storia e, in tutto ciò, vi è la ricerca delle tradizioni e della storia altrui per trovare, nel confronto, quelle consonanze e quelle differenze, che danno il senso della propria autonomia e della propria identità. Infatti l’essere umano è felice quando può ritrovare il fondo di comune umanità nelle differenze, quando ritrova il suo simile nel “diverso”, mentre non ama diventare una delle tante copie conformi ed è anzi proprio nel momento in cui il diverso viene imposto come identico, che scatta in lui la molla dell’asocialità. Questa ricerca però è di anno in anno più difficile, oggi attraversiamo tantissimi quartieri in vetro e cemento desolantemente uguali ad ogni latitudine, mentre per trovare il bistrot, il pub, l’osteria, dobbiamo prima evitare decine di snack bar anonimi, di cui si può dire che averne visto uno equivale a conoscerli tutti. Vi è poi una ragione di natura politica. Chi dice “aboliamo le frontiere per la pace e la fratellanza mondiale” si illude e molto pericolosamente. Si pensi a Mazzini esule a Londra, a Garibaldi in Uruguay, ad Einstein, Trotsky o Giacomo Casanova e si immagini un’estensione dei loro tirannici stati fino ad un unico gendarme mondiale. Certamente l’organismo mondiale ipotizzato dai cinici sognatori (cinici perché, pur conoscendolo, fingono di ignorare il rischio), sarebbe libero e giusto, rispettoso delle autonomie e dei diritti individuali, ma e se divenisse invece un grande inquisitore globale, in grado, di condizionare tutto e tutti, uno stato a cui è impossibile sfuggire, sia con il corpo che con la mente?

Va tenuto poi conto che, mentre la creazione di un organismo mondiale globale nulla fa prevedere sul divenire delle sue istituzioni, di sicuro viola quello che nella storia ha dimostrato di essere un buon principio e cioè che il pluralismo dei centri di potere lascia comunque, anche quando essi esplicassero tutti un’azione oppressiva, degli spazi di libertà derivanti dalle contraddizioni che tra essi si creano.

Inoltre, nessuno può credere che i contrasti storici, economici, religiosi, e financo psicologici, non si riprodurrebbero all’interno del nuovo assetto mondiale, anzi forse si aggraverebbero, perché le divisioni della lotta politica da nazionali diventerebbero etniche, deformando la democrazia e inasprendo gli scontri. In campo non istituzionale, poi, le multinazionali sono in grado di determinare il mercato mondiale di moltissimi prodotti, in misura tale da poter sconvolgere l’economia di interi Paesi, senza poter essere efficacemente contrastate, proprio perché prive di un centro di gravità in una nazione, inoltre, per la facilità con cui possono spostare capitali, sono in grado di esercitare pressioni sui lavoratori e sui governi, ben maggiori delle industrie nazionali, con la semplice minaccia di trasferire altrove la produzione. Le nazioni, come centri di potere decisionale, hanno cercato (e trovato) una legittimazione alla loro esistenza nella cultura, nella lingua, nelle tradizioni e il loro potere ha cercato di ricollegarsi alla sovranità popolare, attraverso libere elezioni, mentre la stessa costruzione dell’unità europea tenta di procedere verso l’unificazione di popoli affini per cultura e tradizione e si propone, come stadio finale, uno stato a sovranità popolare, garantista e rispettoso, con la forma di Europa federale.

Vi è poi, nel globalismo, un rischio economico. Se, nel commercio internazionale, ci fossimo limitati a scambiare capitali, tecnologie, manodopera e materie prime indispensabili, è ovvio che nessuno potrebbe criticare questa tendenza, ma in realtà si è andati verso una totale integrazione mondiale delle economie. Se l’Europa dipende per più della metà delle sue risorse energetiche da gas e petrolio importati, se l’Africa potrebbe trovarsi sull’orlo della fame a causa di poche annate agricole cattive negli Stati Uniti, mentre il Giappone importa il settantacinque per cento del suo fabbisogno alimentare e tanti paesi dipendono per i loro reattori dall’uranio arricchito americano (estratto come minerale ancora altrove) non si ha più cooperazione, si ha una quasi totale integrazione. Integrazione pericolosa, perché fragile ed esposta ai rischi di sistema del commercio internazionale, della finanziarizzazione spericolata, del terrorismo internazionale e della latente vulnerabilità di un sistema di informatizzazione e controlli, ormai quasi completamente basato su Internet.

Una ragionevole, limitata e concordata politica protezionista, per tutelare indipendenza energetica ed alimentare ed evitare le monoculture industriali ed agricole in favore di una maggiore autosufficienza, avrebbe certo un costo, ma sarebbe come il costo delle assicurazioni, una spesa utile a prevenire o attenuare eventuali catastrofi. Anche le migrazioni troppo rapide e invasive, con caratteristiche di illegalità di massa, sono destabilizzanti e pericolose, per il costo umano che comportano, per le reazioni che determinano e per il deterioramento dei rapporti tra i popoli che innescano. Non tutte le ragioni della Lega e degli altri movimenti sovranisti europei sono liquidabili come inesistenti o demagogiche, un nucleo forte di verità c’è. I liberali all’Europa continuano a crederci. perché noi Europei continentali non siamo come i Britannici, non solo perché non siamo un isola, ma soprattutto perché non ci sentiamo parte di una comunità transoceanica di 450 milioni di uomini di cultura anglosassone, come invece loro per tradizione e interessi, si sono sempre sentiti.

La Brexit non è affatto un dramma per loro, per noi un’uscita lo sarebbe e questo la Lega lo sa bene, a dispetto delle immagini strumentali che ne danno a sinistra (che peraltro lo ha sempre fatto, si veda cosa scrivevano, allora, su De Gasperi, De Gaulle, Reagan o J.F. Kennedy). I Paesi europei sono davvero troppo piccoli, per tutelare se stessi nel mondo di oggi e questa non è propaganda paneuropea, è la realtà. L’Europa  ci serve, ma non questa Europa. Dovrà essere realmente democratica e federale l’Europa, smettere di fare la politica del “siamo buoni, ma col territorio altrui”, difendere unitamente le frontiere comuni e distribuire equamente gli immigrati aventi reale diritto e dovrà non distruggere, ma completare la costruzione dell’euro, nell’unico modo possibile e cioè la messa in comune dei debiti nazionali, come fece l’Italia al momento della sua unificazione, che non fu solo un processo di afflusso dei capitali nel triangolo industriale, ma un reale processo di unificazione e di nascita di uno stato e di uno spirito nazionale, che portò poi centinaia di migliaia di Italiani del sud a difendere sul Piave le nostre città del nord.

L’evoluzione della Lega è davvero positive e fa coesa e senza nostalgie consociative, l’alleanza di centrodestra, in un Paese che rischiava altrimenti di rimanere nella palude di uno statalismo oppressivo, che avrebbe potuto portarci ad uscire dall’occidente delle libertà e del benessere. I liberali non potevano non tenerne conto, oggi che Il “Va pensiero”, inno caro tanto a loro che ai leghisti, torna ad avere lo stesso significato per tutti.