La candidatura che non passa al Vaglio

Il paradosso è che si tratta in effetti dell’unico candidato competente dei Cinque Stelle. Un professionista stimatissimo e molto capace. Eppure, per tutti altri motivi inerenti la propria carica - non ancora lasciata - di presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma, Mauro Vaglio è criticatissimo dai colleghi.

Questa candidatura a Cinque Stelle, infatti, in una sola volta è riuscita a mettere d’accordo tutte le correnti della litigiosissima avvocatura romana contro un unico bersaglio. E quel bersaglio è proprio lui, l’avvocato Vaglio. Tecnicamente è in corsa al Senato nel collegio uninominale tre di Roma, il popolare quartiere Portuense. Fa discutere in particolare una mail che, contemporaneamente alla presentazione della sua candidatura ufficiale lo scorso 29 gennaio da parte del cosiddetto candidato premier Luigi Di Maio, Vaglio ha spedito a tutti e 25mila gli avvocati della piazza romana. In essa fra l’altro si prometteva che “sarò lieto di condividere con voi le motivazioni che mi hanno indotto a tale scelta”. Ma subito sono piovute le prime critiche: perché non si è dimesso? E perché utilizza la mailing list dell’Ordine degli avvocati di Roma per farsi pubblicità elettorale?

Uno dei più duri è stato il suo predecessore, Antonio Conte (2011), secondo il quale “ogni avvocato è libero di candidarsi per qualsiasi partito politico, ma prima, se ricopre una carica forense, si deve dimettere per evidenti ragioni di opportunità ed equidistanza”. E questo perché altrimenti “può sorgere il dubbio che si è utilizzata la carica forense per ottenere quella candidatura”.

Ma la critica più velenosa riguarda ovviamente la sostanza di questa scelta politica, non la forma. Come può un avvocato, anzi il presidente di tutti gli avvocati romani, presentarsi alle elezioni con un partito che nelle proprie uscite televisive e parlamentari ha più volte dimostrato di farsi un vanto del proprio forcaiolismo? E che ha spesso equiparato i difensori degli imputati a complici in doppiopetto, fino a definirli “consigliori” quando assistono un indagato di mafia?