Il governo che verrà: mezze verità non dette

Una volta si diceva che quando c’era Lui i treni in Italia arrivassero in orario. Negli ultimi anni in Italia ci sono solo due cose che arrivano in perfetto orario: il rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi sotto elezioni (coimputato con il feroce Mariano Apicella nel Ruby Ter) e la Polizia Postale quando qualcuno sui social network esagera contro Laura Boldrini. Per tutto il resto ci sono tempi tecnici di attesa.

No, non abbiamo dimenticato le promesse elettorali che in tempo di votazioni arrivano con inaudita e sfacciata abbondanza. È solo che, in questa quanto mai noiosa e misera campagna elettorale, esse hanno assunto una diversa preoccupante connotazione diventando povere nel merito e premonitrici di inciuci nel metodo.

Con l’attuale legge elettorale, fatta a posta per non identificare maggioranze certe favorendo quindi i giochi parlamentari ex post, il tenore delle promesse si è paurosamente abbassato di livello perché i partiti (e le coalizioni) hanno ben presto compreso che le possibilità di vittoria sono ridotte al lumicino; ergo, meglio promettere una dentiera nuova che volare alto e magari su tematiche impopolari. E infatti i programmi elettorali sono tutti incentrati su provvedimenti di spesa senza mai lambire minimamente i veri problemi del Paese: meglio promettere il reddito di cittadinanza che spiegare agli italiani come si riduce l’enorme debito pubblico salito al 132 per cento del Pil; meglio parlare di pensioni di garanzia a 750 euro che di crescita (l’Europa crescerà a ritmi del 2,5 per cento mentre noi forse balliamo intorno all’1 per cento); meglio parlare di abolizione del Canone Rai o del bollo auto o delle tasse universitarie che di competitività.

Ma perché è meglio un fottipopolo, una promessa ecumenica di future elargizioni rispetto a un discorso scomodo ma forte e chiaro alla Nazione? Perché giurano di restituire le mestruazioni alle donne in menopausa o garantiscono di far sposare Candy Candy con Terence?

Perché è evidente, stante la nuova legge elettorale, che non saranno chiamati a rendere conto delle loro promesse visto che con buona probabilità il giorno dopo le elezioni il Presidente Sergio Mattarella, verificata l’impossibilità di identificare un vincitore, attribuirà alla coalizione più votata la responsabilità di formare un governo ammucchiata con chi ci sta. Uno di quei governi in cui ad impegno di tutti corrisponde responsabilità di nessuno, uno di quei governi dei quali in genere si dice che sono stati voluti dal Presidente per fare poche cose ma vitali e che invece durano cinque anni. Mala tempora currunt.