Uno sguardo sulla galassia radicale

Se mi consentite, vorrei aggiungere la mia opinione – quella di un umile attivista del Partito Radicale dal 1977 – alle considerazioni espresse da Angiolo Bandinelli nell’editoriale titolato: “L’eredità di Pannella nell’anniversario della morte di Mario Pannunzio”.

Posto che “c’è un insegnamento, una scuola o, se volete, una eredità (…) che si può senz’altro far risalire a Marco Pannella”, l’autore fornisce una descrizione della “galassia radicale” come gli appare oggi.

Vorrei fornire qualche elemento di contesto, fornire una spiegazione all’altrimenti oscuro “invalicabile baratro” che separa oggi “quanti hanno lavorato con il grande leader radicale”.

Il congresso di Budapest del 1989 sancì (non è questa la sede per discuterne i motivi) la vocazione transnazionale e transpartitica del Partito Radicale, proposta da Marco Pannella. Ancora a poche settimane dalla sua morte, il leader radicale confermò la sua proposta politica con due donazioni di 50mila euro ciascuna: al Partito Radicale Nonviolento e al neonato Comitato mondiale per lo Stato di diritto. Due azioni, inserite nel più generale contesto di una necessaria transizione verso lo Stato di diritto e di una urgente azione politica affinché, in sede Onu, il diritto alla conoscenza (delle decisioni dei decisori) sia riconosciuto ai cittadini e ai popoli come diritto umano. Due azioni che rappresentano il suo testamento politico.

Nel congresso straordinario tenutosi nel carcere di Rebibbia nel settembre del 2016, questo lascito fu raccolto da quasi tre quarti dei votanti. Fu infatti approvata una mozione che, vista la straordinarietà della situazione (un partito a rischio  estinzione) affidava a un comitato di presidenza – sospendendo lo statuto – il compito di ripianare il debito e triplicare le iscrizioni (arrivare cioè a 3mila) nel 2017 e, ancora, nel 2018. Fu deliberato l’automatico scioglimento del Partito Radicale in caso di mancato raggiungimento del duplice obiettivo.

La conseguenza di quella decisione fu l’abbandono dell’ammiraglia della flotta corsara Partito Radicale, da parte di associazioni come Radicali Italiani (che, sul tema giustizia, aveva già contrastato la visione di Pannella), “Non c’è pace senza giustizia” e “Associazione Luca Coscioni”. Abbandono sancito in documenti congressuali di una chiarezza abbagliante: “Ribadisce l’importanza del connotato radicale, transpartitico e transnazionale per il perseguimento degli obiettivi dell’associazione e impegna gli organi dirigenti a ricercare su queste basi sinergie con altri individui o associazioni a partire dagli altri soggetti della cosiddetta galassia radicale”.                                              

Questo abbandono ha rappresentato per il Partito Radicale Nonviolento la perdita di associazioni “costituenti” e la comparsa di soggetti “sostituenti”, tesi a costruire altrove lo spazio - evidentemente usurpato - occupato dagli odierni rappresentanti del Partito e dagli iscritti che avevano sostenuto in congresso la loro proposta politica.

In sostanza: venuto meno il “collante” Marco Pannella, il Partito Radicale ha perso una parte di sé ma si è rinnovato e, nell’anno appena trascorso, ha superato l’obiettivo dei 3mila iscritti; le associazioni un tempo “costituenti” hanno costituito – con altri – un cartello elettorale coalizzato con il Partito Democratico. I comportamenti personali di ciascuno credo vadano valutati all’interno di queste due prospettive politiche che, riprendendo antiche definizioni, potremmo definire “radicalnonviolenta” e “radicaldemocratica”.

E la domanda che si ripresenta è: in Italia c’è quel regime già individuato nel 1959 dagli Amici del mondo? È il regime – oggi giunto alla balcanizzazione – responsabile, per tacer d’altro, del “degrado politico e culturale” denunciato da Bandinelli?