La borghesia è morta, viva la borghesia?

Cosa hanno in comune, cosa può collegare due eventi così disparati come la morte del grande storico Giuseppe Galasso, il 12 febbraio scorso, e le elezioni politiche del prossimo 4 marzo? La (quasi) coincidenza temporale? Sarebbe una risposta soddisfacente solo per fedeli junghiani, ai quali le coincidenze appaiono espressione di misteriose empatie astrali che sotto la volta dei cieli si intrecciano per determinare gli umani destini.

Eppure, anche un laico inveterato può stringere assieme i due eventi in un ragionamento sensato e accettabile, pur se piuttosto malinconico. Gli basterà trovare quel termine medio che possa metterli in corretto collegamento. E a me il termine medio me lo ha offerto, inaspettatamente, la lettura di un articolo di Michele Masneri apparso su “Il Foglio” di mercoledì 14 febbraio, con il titolo “i borghesi stanno a guardare”, reminiscenza (accipicchia!) del titolo di un celebre romanzo dello scrittore inglese A.J. Cronin, apparso nel 1935 e tradotto in Italia poco dopo, così che potei avidamente leggerlo anche io, nemmeno adolescente: “E le stelle stanno a guardare”...

Ma, lasciando stare le reminiscenze, perché l’articolo mi ha avvicinato la risposta all’interrogativo? Tratta della deprecabile scomparsa, almeno dal proscenio, di una borghesia, quella italiana, evanescente, liquefatta, incapace di prendere energicamente (e doverosamente) posizione sulle imminenti scadenze politiche per segnalare i rischi nei quali il paese potrebbe incorrere se le elezioni lo consegnassero a un soggetto politico inadeguato, incapace, ignorante e impotente ad affrontare i difficili problemi che incombono. Ebbene, l’articolo ha avuto l’effetto di farmi ricordare come Galasso fosse rappresentante di una borghesia ben altrimenti attenta e orgogliosa, disposta ad assumersi responsabilità pubbliche al di là delle proprie sfere di attività più o meno professionale.

Galasso, discepolo di Benedetto Croce e Federico Chabod, a queste pubbliche responsabilità non si sottrasse, portando nel loro esercizio l’eccezionale contributo di una cultura ed intelligenza preziose. Benedetto Croce detestava il termine di “borghesia” come era stato cristallizzato dalla sociologia e demonizzato da una cattiva politica che di quel “ceto” nutriva una immagine deformata e negativa, immemore degli splendidi riconoscimenti di Karl Marx o prona all’insegnamento pauperistico della Chiesa. Masneri ha ragione, ma solo in parte. Non è che la nostra borghesia sia pavida e inadeguata, il fatto è che una borghesia in Italia non ha più una massa critica sufficiente per apparire sul palcoscenico con sue ragioni, sue richieste e, diciamo anche, una sua cultura e una sua etica. Forse qua e là vagolano ancora alcuni suoi possibili rappresentanti, ma intrisi più di paura che di orgoglio.

L’agricoltura di un Cavour o di un Ricasoli poté porsi al centro del percorso risorgimentale (alla faccia di Gramsci...) calamitando le emergenti forze della piccola e piccolissima borghesia artigianale; Giovanni Agnelli o la famiglia Borletti (i nostri Buddenbrook?) hanno sospinto l’Italia ancora “giolittiana” sul terreno della cultura sociale europea. Poi è arrivata al potere una diversa borghesia, quella degli Enti di Stato, con qualche pregio sicuramente, ma con qualche difetto in più. L’Italia ha dato il meglio di sé grazie a quelle forze, la cultura postbellica italiana, dalla letteratura all’arte al cinema, era prodotto intellettuale dei rampolli di quelle forze. Nel bene come nel male, intendiamoci, non è il caso di abbandonarsi a vuote apologie.

Ma al loro ambito appartenevano quanti, per dire, circolavano nella redazione del “Mondo” pannunziano, se non anche negli alti ruoli dei grandi partiti di massa, in primo luogo quel Partito Comunista per il quale Togliatti saccheggiò i collaboratori della grande rivista di Bottai, “Primato”. L’avvento delle tecnologie globali e immateriali, l’acquisita prevalenza di manager e Ceo, hanno messo fuori gioco la borghesia che rischiava sul proprio e su questo rischio costruiva un’etica pubblica. Costituiva un “ceto” (latino “Coetus”, da “co-ire”, cioè “andare insieme”, “formare gruppo”) portatore di valori comuni, almeno nell’Occidente, in alternativa a quelli portati dalle cristallizzate caste aristocratiche o, in Cina, burocratiche.

Ho parlato di cultura borghese: della cultura, non a caso, di Galasso. Il suo storicismo di origini vichiane voleva essere riflessione sull’uomo costruttore del proprio destino. In lui nessun cedimento al nichilismo. Non voglio essere pessimista a tutti i costi, ma non vedo oggi in giro un “ceto” altrettanto coeso e consapevole delle proprie responsabilità civili. Nel suo editoriale sul Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli (11 febbraio scorso) si chiedeva, allarmato: “Dove è la casse dirigente?”, il che equivale, pressappoco a: “Dove è la borghesia?”. Ma forse esagero.