Dalla parte dello Stato

“Solo noi sappiamo cosa voglia dire salutare quasi ogni giorno un pezzo della propria famiglia, augurandosi che torni indenne e vivo dal servizio che gli è stato assegnato”. Questa è la frase che più di tutte mi ha colpito nella lettera che la moglie di un agente della polizia di Stato ha inviato a un quotidiano alcuni giorni fa, dopo le ormai note vicende di Piacenza dove un carabiniere è stato brutalmente aggredito da un gruppo di manifestanti. Il corteo nasceva con presunto spirito anti-violento in seguito al gesto del folle che a Macerata, dopo la barbara uccisione della giovane Pamela, aveva sparato contro alcuni immigrati in una sorta di sommaria giustizia personale per l’omicidio orrendo compiuto da tre nigeriani.

Il pensiero di questa moglie preoccupata per il proprio compagno e padre del loro figlio, è il sentimento naturale di persone consapevoli della realtà quotidiana che vivono. Rappresenta le preoccupazioni di ogni giorno vissute in casa, aspettando la telefonata che possa tranquillizzare, quel “tutto bene” a fine servizio che fa andare a letto sereni e pensare al giorno dopo con il cuore più leggero. Non serve uno sforzo di immaginazione per capire che la vita di un rappresentante delle Forze dell’ordine è messa a rischio ogni giorno nel suo dovere al servizio del prossimo, a tutela della sicurezza e dei cittadini.

Allo stadio come nelle manifestazioni, nella scorta di un magistrato o negli ordinari controlli in strada. È una scelta individuale, sia chiaro. Come quella di un medico, un infermiere, un vigile del fuoco, un volontario della Protezione civile. Con il senso del dovere che a volte mette tutto il resto in subordine: prima si è uomini di Stato e per lo Stato. Considerazioni che, seppure scontate, vengono spesso dimenticate da molti. Da coloro i quali accecati dall’ideologia preferiscono difendere manifestanti o violenti, “vittime” del rigore e delle regole imposte dalla convivenza civile e mantenute proprio dai rappresentanti delle forze dell’ordine. Un lavoro a tutela di due diritti: quello a manifestare e quello a garantire l’ordine. L’arbitro che patteggia per ciò che è giusto, e non per una delle due squadre in campo, spesso chiudendo un occhio sulle provocazioni in campo.

Io sto con chi le forze dell’ordine le vuole tutelare, perché garantire loro significa garantire le nostre città dagli assalti di incappucciati di professione pronti a impedire le manifestazioni altrui con bastoni e spranghe, a rompere vetri di negozi e assaltare banche. Io sto con chi propone più fondi per la sicurezza e per chi la rappresenta, convinto che il diritto a scendere in piazza si fermi quando trascende le regole del comportamento civile. Io sto con gli agenti della Polizia penitenziaria che garantiscono l’ordine nelle nostre carceri, ma sono vittime di aggressioni quotidiane.

Nel caso di vittoria alle elezioni, Giorgia Meloni ha da poco annunciato la volontà di convogliare sulle forze dell’ordine il 50 per cento delle risorse provenienti dai beni confiscati alla mafia. Un segnale importante, un riconoscimento per il lavoro svolto in favore della legalità nel nostro Paese. Perché dietro una divisa, c’è sempre il lavoro per il bene dello Stato e dei suoi cittadini, fortunatamente molto più saggi e assennati di tanti capipopolo improvvisati.

(*) Consigliere regionale del Lazio e membro dell’assemblea nazionale di Fratelli d’Italia