Le tentazioni innocenti del giovane Di Maio

Luigi Di Maio proverà in tutti i modi a procurarsi una maggioranza parlamentare di sostegno a un governo Cinque Stelle. È legittimo che insista: è il suo momento magico. Se non ora, quando? La natura idroponica del “Movimento” non ne consente il radicamento profondo nella società. Per la qual cosa una repentina modifica delle condizioni di contesto che hanno propiziato ieri la vittoria grillina potrebbe pregiudicarne una successiva affermazione. Il risultato conseguito il 4 marzo è stato imponente. Troppo per essere conservato sulla lunga distanza in assenza di azioni di governo che concretizzino le molte promesse fatte in campagna elettorale.

Tuttavia, di là dalle buone intenzioni, i veti incrociati delle altre forze politiche non offrono ai pentastellati margini di manovra agevolmente praticabili. Per andare a Palazzo Chigi Luigi Di Maio dovrebbe concedersi più che concedere qualcosa ai potenziali alleati. Il Movimento Cinque Stelle dovrebbe diventare d’improvviso altra cosa per rendersi avvicinabile da almeno una delle due aree concorrenti, presumibilmente quella del centrosinistra. Sarebbe l’unica strada percorribile per convincere l’acerrimo nemico di ieri a scendere a patti in vista di un’alleanza che non appaia agli occhi dell’opinione pubblica una resa senza condizioni. Qui sta il punto. Anche per un giovane politico abilmente manovriero qual è Di Maio è impossibile pagare l’accesso al potere al prezzo di una mutazione genetica. Non lo capirebbero i tanti elettori che votando Cinque Stelle avevano in animo di vivere una stagione di cambiamento radicale della politica; non lo capirebbero gli eletti del Movimento che, reclutati su programmi e parole d’ordine dirompenti degli equilibri di sistema in essere, si troverebbero a interpretare un neo-doroteismo di stampo democristiano.

Il leader occulto del Movimento, Beppe Grillo, ha ammesso, tra il serio e il faceto, che i grillini possono essere tutto: un po’ di destra, un po’ di sinistra, un po’ di centro. Tuttavia, quando si arriva al sodo delle grandi questioni rimaste inevase sul tavolo del premier uscente Paolo Gentiloni, le bizzarre teorie su di uno spericolato trasformismo di contenuto, elevato a sistema nella prassi di governo, vanno a ramengo. D’altro canto, non aiutano le enunciazioni di principio che possono essere sfruttate come strumento della lotta politica quando si è all’opposizione, ma che non valgono a nulla quando si ha nelle mani la responsabilità della sicurezza della nazione e del benessere dei suoi cittadini. Un esempio. Ieri l’altro la Commissione europea ha concesso all’Italia una breve proroga dei termini per la presentazione del Documento di Economia e Finanza. Potrebbe sembrare un gesto di cortesia, ma non lo è. Semplicemente, i controllori di Bruxelles, in considerazione della fase di transizione post-elettorale che il nostro Paese sta attraversando, hanno fatto sapere che intendono ricevere la bozza del nuovo piano finanziario dal governo subentrante e non da quello uscente. Il che equivale a una convocazione a horas per una prima sessione d’esame sui conti pubblici indirizzata al prossimo inquilino di Palazzo Chigi. Chiunque esso sia. Se toccasse a Luigi Di Maio e alla sua squadra, costoro si troverebbero, da neofiti nell’arte del governare, a mettere nero su bianco tutti i buoni propositi grazie ai quali hanno intercettato la valanga di consensi. Lo inserirebbero nel Def il tanto discusso reddito di cittadinanza? Come misura di welfare universalistico o sotto forma di provvedimento limitato a pochi casi limite? E con quali coperture finanziarie credibili?

Come sempre in tutte le cose c’è un rovescio della medaglia. L’inesperienza è forse il più pericoloso di tutti. Proviamo a disegnare un ipotetico scenario. Luigi Di Maio potrebbe trovarsi, nel volgere di qualche mese, a comporre faticosamente un’alleanza per governare, magari con l’aiuto di qualche mano fantasma che da dietro le quinte del teatro politico italiano sta pilotando l’ascesa grillina. Non rinunciando ai fondamenti programmatici del “Movimento”, tale alleanza sarebbe per sua natura altamente instabile. Mettiamo pure che Di Maio premier riesca e redigere, con il suo ministro dell’Economia, un Documento di Economia e Finanza infarcito delle promesse fatte in campagna elettorale. A fronte di una bocciatura secca da parte di Bruxelles, gli alleati d’occasione rimediati sulla piazza gli volterebbero immediatamente le spalle e il neonato governo finirebbe soffocato nella culla. Per i Cinque Stelle tornare dagli elettori con un fallimento di tale portata sul groppone sarebbe catastrofico. Non più nuovi, e neppure concludenti. Al “Movimento” resterebbe appiccicato l’impietoso epitaffio: “Il Governo Di Maio prematuramente spirato perché potesse essere anche soltanto un bellissimo sogno”.

Se il giovanotto non è stato contagiato dal virus della fregola di potere ci penserà a lungo prima d’avventurarsi nell’impervia scalata a Palazzo Chigi senza avere prima piantato chiodi e corde di sicurezza alla parete e senza avere fissato i ramponi giusti agli scarponi.