Giustizia sociale vs. dignità di crescere

Un aforisma. un commento - “Coloro che si scandalizzano se un manager percepisce uno stipendio mensile di 15mila Euro mentre i suoi dipendenti si fermano a 1500, si dividono in due categorie: quelli che vorrebbero che i dipendenti guadagnassero di più e quelli che godrebbero all’idea di una riduzione drastica dello stipendio dei dirigenti anche senza trarne alcun vantaggio personale. Quest’ultima viene definita giustizia sociale”.

Mentre quote crescenti di elettori, per ora, dicono “Sì” ai 5 Stelle, costoro si esibiscono quotidianamente nel proporre leggi o proposte caratterizzate dal “No”. Così va l’Italia dei paradossi. È ormai evidente a chiunque abbia un minimo di capacità critica che la filosofia dei 5 Stelle è una sorta di miscuglio fra reazione e rivoluzione, condita da una solenne faciloneria. Reazione perché essi si oppongono a tutto ciò che ha a che fare con l’ammodernamento infrastrutturale del Paese e rivoluzione perché animati da una concezione della giustizia sociale che si colloca fra Marx e Robin Hood. Un atteggiamento senza basi culturali di alcun tipo, che ricorda unicamente le chiassose facezie del ‘68 del quale i grillini sembrano celebrare i cinquant’anni nei termini più coerenti e inconcludenti. E lo stanno facendo non nelle piazze, ma al Governo nel quale stanno iniettando generose dosi non già di imagination ma di mera superficialità.

Il risultato è un pasticcio che può soddisfare chi è mosso da motivazioni di invidia sociale, ma alla lunga anche questa forma di risentimento cederà il posto alla più amara disillusione. Prelevare quote crescenti di reddito dagli uni per darle agli altri, infatti, significa sempre deprimere l’intera economia perché si introduce nella gran parte dei cittadini l’idea che non è dal proprio lavoro che uno può aspettarsi il benessere poiché, tanto, alla “giustizia redistributiva” provvederà lo Stato. Rimane tuttavia il mistero su chi seguiterà ad impegnarsi nelle proprie attività professionali o imprenditoriali sapendo che, dietro l’angolo, c’è uno Stato pronto a carpirgli buona parte della ricchezza prodotta per consegnarla ad altri.

Intendiamoci: non c’è bisogno di ricorrere ad una concezione etica dello Stato per capire che le fasce veramente deboli della popolazione devono essere oggetto di qualche politica di sostegno. Ma si tratta di un dovere che i più benestanti, attraverso l’azione delle leggi dello Stato, devono esercitare e non di un diritto dei meno abbienti di rifarsi sulla pelle dei più fortunati. Non c’è nulla di “dignitoso” in tutto questo e, oltretutto, nel medio periodo produce disastri per tutti.

In effetti, sul piano economico più generale, si continua a insistere sull’idea secondo cui l’immissione di moneta, più o meno “espropriata”, nelle tasche dei cittadini, soprattutto dei meno abbienti, sia la soluzione giusta per la tanto invocata crescita poiché, si dice, ciò amplierebbe la domanda e, da qui, si riavvierebbe il ciclo produttivo. È vero, ma si dimentica che, per bene che andasse, l’economia tornerebbe alla situazione precedente alla crisi mentre altri Paesi progredirebbero più di noi e noi resteremmo pericolosamente indietro. Molti italiani tornerebbero ad acquistare beni cui avevano rinunciato, ma nulla di più.

Il fatto è che la ricchezza di un Paese cresce significativamente se per prima cresce l’offerta, non la domanda. Cina docet. La domanda aumenta se nel mercato appaiono nuovi prodotti e servizi innovativi e non solo quelli primari e pochi altri merceologicamente invariati. Non può infatti esservi alcuna domanda per beni e servizi che non esistono.

Per capirlo è sufficiente considerare le ultime più vistose innovazioni tecnologiche delle quali tutti noi facciamo uso e che importiamo dall’estero indebolendo ulteriormente la nostra situazione economica. Da noi, si fa un gran parlare di start-up e di incentivi ma, in realtà, a parte le pur gloriose produzioni dell’ambito della moda, delle automobili di lusso, dell’agroalimentare e poche altre, non riusciamo a creare quasi nulla di nuovo da proporre al mercato di massa interno ed estero perché l’offerta è lacunosa, se non del tutto assente, sul piano della ricerca e dello sviluppo di nuovi prodotti e nuovi servizi. Ma, si capisce, aiutare e stimolare le imprese a innovare e crescere è un obiettivo del tutto estraneo al M5S. Perfino, assurdamente, proprio per un ministro il quale, oltre che del Lavoro, si definisce dello Sviluppo economico.