Ponti e pontefici

Il nuovo governo, presunto araldo del Sol dell’avvenire, intuisce sempre più che ci vorranno decenni prima che un programma politico fondato sull’onestà, sul rigore, sul primato nazionale, insomma sulla rottamazione della “casta” possa produrre un qualche risultato. Bisogna scontrarsi con decenni di “vecchia gestione” che, prima di esaurirsi, avranno la stessa genesi del plutonio imboscato sottoterra: gli effetti durano nel tempo. Dietro il crollo di un ponte vi è la risultanza di intricati interessi intrecciati fra loro: politici locali, regionali, nazionali, impiegati, aziende, ditte, appaltatori e subappaltatori, parenti, amici, conoscenti, vecchie e nuove clientele, ognuno di essi con altrettanti interessi intrecciati che convergono tutti su un obiettivo, ed ognuno chiede, anzi, pretende la sua parte. E gli interessi degli elementi umani nelle democrazie non sono gli stessi di quelli che si hanno nei regimi. Il regime cornifica il popolo con belle parole, e gli impone sulla testa una sola bandiera.

La democrazia lascia alla popolazione la scelta della bandiera da mettersi sul palco di corna. Corna fatte dalle promesse, dai paternalismi, dalle rassicurazioni quotidiane. In una simile foresta di corna si può rimanere infilzati, ma solo se si fa parte del gregge; chi sta in alto non teme punture. Ed il potere protegge se stesso, assieme ai suoi elementi. Non si può intaccare un anello senza colpire di riflesso tutta la catena. Noi non siamo la Germania o l’Inghilterra. Abbiamo la nostra storia, le nostre tradizioni, le nostre glorie e le nostre debolezze. In Italia pochi hanno letto “Il Gattopardo”, pare però che tutti lo sappiano interpretare. Nel Paese degli urlatori ci si indigna a squarciagola, piangendo, battendosi il petto, alzando quel gran polverone dietro la cui polvere si salva il salvabile. Ci vorranno altri cento anni prima che il costume moderno, anzi postmoderno, cosmopolita, delle nuove generazioni si allarghi fino a superare, in ogni comunità, in ogni regione, ad ogni livello, il nostro vetusto concetto di società: lo Stato come un’isola, la famiglia come un’isola, l’individuo come un’isola.

Tutto si scontra con la modernità, con la rivoluzione di Internet, con la speranza di un mondo senza muri mentali. Non si può costruire un mondo nuovo nel dinamismo, nella limpidezza, nel cosmopolitismo, se tutti ancora ragionano con l’atteggiamento tribale dei nostri antichi progenitori. Una mentalità ancora forte sia tra i popolani, sia tra le persone più in vista. La mentalità tribale del gruppo, della casta, si trasla così dalla famiglia alla corporazione, in cui ognuno rimane legato a filo doppio agli interessi dell’altro, che deve proteggere. Come si fa a pretendere giustizia, se il giorno dopo a un disastro si ragiona con la stessa testa? Il disastro di Genova è il disastro di un atteggiamento “gattopardesco” e conciliante. Da un lato, c’è un ponte, dall’altro, ci sono i pontefici, coloro che hanno permesso che le cose facessero, placidamente, il loro corso. Ed il tempo è sempre implacabile. Questa mentalità industriale, tollerata dalla classe politica, per decenni, permette che si conservi una sfiducia ostinata nelle istituzioni. E nel futuro.