Il senso dello Stato a 5 Stelle

Un aforisma, un commento - “Lo Stato ha il pieno diritto di revocare la concessione ad un privato che mostra pericolosa incuria gestionale. Il problema è: se lo Stato mostra a sua volta incuria, chi gli può revocare la gestione? Forse lo Spirito Santo?”.

Un nuovo esempio della genuina attitudine dei 5 Stelle verso il “cambiamento” è sicuramente l’idea di nazionalizzare questo e quello sull’onda emotiva scatenata dalla tragedia di Genova. Degni eredi di Aristotele, che guardava allo Stato come il massimo valore etico-sociale, i 5 Stelle esibiscono una solenne sensibilità pubblica indicandolo ai cittadini come la soluzione, certa e definitiva, di ogni problema di sicurezza. Questo alto “senso dello Stato” viene proposto come una geniale innovazione alla quale solo loro, grazie alla profondità di pensiero di cui hanno già dato ampie prove su tutti i fronti, potevano pensare. La proposta ha immediatamente ricevuto il plauso delle sinistre più dure e pure, che non hanno certo bisogno di risalire ad Aristotele poiché per loro Marx è più che sufficiente. In realtà, a parte le ingentissime risorse economiche che sarebbero necessarie per ri-nazionalizzare imprese che erano già statali ed erano state cedute, pardon “concesse” in gestione ai privati, rimane evidente la totale mancanza di idee dei nostri attuali governanti circa la soluzione ottimale di problemi chiaramente più grandi di loro. Sicché lo Stato viene nuovamente indicato come l’ente che darebbe ogni garanzia a fronte dei privati, disonesti e cattivi. Senza però spiegare perché mai i dipendenti e i dirigenti statali dovrebbero essere, invece, onesti e buoni come se non appartenessero alla nostra stessa società. La risposta standard consiste nel sottolineare che, non avendo interessi personali di ordine economico, gli statali sarebbero oggettivi e scrupolosi nella loro attività gestionale. Dimenticando, però, a fianco degli incidenti che colpiscono anche le aziende di Stato, la vasta corruzione presente nel nostro Paese, la scarsa produttività di uffici statali demotivati e la stessa “partitocrazia” della quale proprio loro, i 5 Stelle, si sono detti giustizieri mentre litigano con la Lega persino sulle poltrone e poltroncine della Rai.

Seppure in modo raffazzonato fra mille contraddizioni, i 5 Stelle – trascinando in questo la stessa Lega, recalcitrante ma, alla fine, disposta al compromesso per ovvie ragioni di potere – stanno dimostrando la loro anima, si fa per dire, davvero simile a quella Dc che, dal convegno di Napoli di cinquant’anni fa in poi, realizzava, passo dopo passo, l’ideale tratteggiato da Andreotti, ma era di De Gasperi, secondo cui la Dc era un partito di centro che guardava a sinistra. Reddito di cittadinanza, tagli ai redditi di qua e di là, e ora nazionalizzazioni, sono gli strumenti classici di una sinistra che ancora oggi pensa allo Stato come dispensatore di felicità, ordine morale e benessere per tutti garantito da quello che fino a qualche anno fa si chiamava, non a caso, ministero del Tesoro. Manca solo che Roberto Fico, grande e illuminato pensatore della sinistra dei 5 stelle, faccia propria anche l’idea di un altro campione che guardava a sinistra del suo stesso partito di sinistra, Francesco De Martino, il quale sosteneva che, fosse stato per lui, avrebbe lasciato nelle mani dei privati solo le botteghe dei barbieri.

È assai probabile che, anche la proposta in oggetto, finirà nel nulla mostrando a chiunque abbia un minimo di capacità critica, quanto ci siamo messi nelle mani di pasticcioni a confronto dei quali persino i sessantottini, di cui ricordano la superficialità arrogante, appaiono come giganti del pensiero politico. Ernesto Galli della Loggia, in una recente intervista, ha sommessamente ricordato che “lo Stato siamo noi”; che, cioè, non esiste un luogo in cui risiede un’entità chiamata Stato, una sorta di Olimpo onnipotente, dalla quale non possono che venire cose buone. Poiché lo Stato siamo noi, non c’è via di scampo: privati e servitori dello Stato sono accomunati dalla stessa percentuale, ignota ma verosimilmente meno bassa di quanto si creda, di persone per bene e da quella, anch’essa ignota ma forse esageratamente percepita come elevata, di persone inaffidabili. Anche lo Stato, teoricamente e talvolta praticamente, può agire con efficienza per il bene della collettività, ma è una trappola del pensiero concepirlo come il Regno del Bene nelle cui braccia rifugiarsi per fuggire dal Regno del Male rappresentato dai privati.

Sulla scorta di ciò che è accaduto a Genova, appare comunque con chiarezza che il controllo della gestione non può essere effettuato solo dal controllato, soprattutto quando la gestione è esercitata in regime di monopolio. Ma ciò è esattamente quel che accade per le gestioni statali che vengono controllate da altri enti dello stesso Stato. Sarebbe invece il caso, semmai, di sperimentare l’inversione delle parti e di affidare ai privati il controllo delle numerose gestioni pubbliche ancora esistenti. Non limitando il loro lavoro ad una banale certificazione burocratica di qualità come già talvolta avviene, ma autorizzandoli ad esaminare e valutare i conti economici, gli indici di efficacia e di efficienza nel perseguimento dei fini istituzionali e di soddisfazione e fiducia da parte degli utenti nonché gli incarichi dei dirigenti per valutare possibili conflitti di interesse. Ne vedremmo sicuramente delle belle.