“Fuori i nomi”: lo slogan-alibi dell’antipolitica

“Ora e sempre, fuori i nomi”. Lo slogan giustizialista inventato nel 1968, quando il populismo becero era incarnato dalle sinistre e dal Pci, oggi ce lo ritroviamo quasi come una nemesi in bocca ai vari Luigi Di Maio. Con un suono, se possibile, ancora più ipocrita e stridulo di quello che aveva quando fu inventato all’epoca delle cosiddette “stragi di Stato”. Era all’epoca un mantra consolatorio da dare in pasto alla plebe, ben sapendo che certi nomi, alla fine, mai sarebbero venuti fuori. O, forse, nemmeno esistevano. Abbiamo passato decenni a inseguire “i nomi” – che dovevano per forza venire fuori – dei mandanti della bomba di piazza Fontana, di quella della stazione di Bologna e di tutte le altre.

E ancora prima di coloro che avrebbero ordinato ai luogotenenti del bandito Salvatore Giuliano di aprire il fuoco a Portella delle Ginestre sui contadini e sindacalisti che festeggiavano il primo maggio 1947 nelle campagne di Sicilia. Bastava dire “fuori i nomi” e poi qualcuno raccoglieva il testimone e iniziava a fare ipotesi, in genere sballate, false o calunniatorie. Comunque, mai dimostrabili né dimostrate, sebbene efficaci da sbattere in faccia a un’opinione pubblica di “bocca buona”. Cioè, che si beveva qualunque cosa. Ma, almeno, eravamo nella seconda metà del Novecento. E anche le liste di nomi, come i 500 esportatori di capitale con cui pareva che Michele Sindona ricattasse i governi dei primi anni Settanta, o i mille circa della P2 con cui Licio Gelli avrebbe accumulato tanto potere nei primi anni Ottanta, lasciavano al dunque il tempo che trovavano. Cioè illazioni, sospetti, pochissime certezze.

Oggi però, nell’epoca della post verità e delle fake news usate per ottenere, truffando, il consenso, non è certo un caso che quello slogan del “fuori i nomi” sia in bocca a un esponente di governo come Di Maio, invece che a un gruppettaro di sinistra o a un capo dell’opposizione. Perché è diventato un alibi dietro cui nascondere la propria incapacità e la propria inconsistenza. Che senso ha, infatti, dire “fuori i nomi” dei partiti finanziati da Autostrade e dei giornali? Fino all’altro ieri il gioiellino dei Benetton, a loro quasi regalato dalla sinistra nelle nazionalizzazioni conseguenti e conseguite – e forse inevitabili – allo smantellamento dell’Iri da parte di Romano Prodi, faceva pubblicità su qualunque quotidiano di media o alta tiratura.

E finanziava in maniera del tutto trasparente la politica e le sue iniziative sempre sotto forma di sponsorizzazione di feste nazionali delle forze politiche o di campagne elettorali di quasi tutte le suddette. Che senso ha dire “fuori i nomi” quando li conoscono anche i sassi? È solo uno slogan di distrazione di massa. E che suona ancora più ridicolo nell’era dell’anti e della post politica. Quando è notorio che i finanziamenti adesso li percepiscono soprattutto le fondazioni. Come “Rousseau”, per citarne una tra le tante. E tra quelle che si tengono ben riservati i propri finanziatori. Quindi, rassegniamoci al fatto che la retorica del “fuori i nomi” continuerà anche nel terzo millennio e nella “Terza Repubblica” e in quella che chiamano “3.0”. Ma non si meraviglino gli urlatori dello slogan – e gli opportunisti corifei della carta stampata e della tv – se qualcuno dovesse rispondere loro: “Ma de che?”.