Parlamento: ridefinizione e riduzione

Intervenendo al Meeting di Rimini, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti ha detto che il Parlamento rischia di diventare un’istituzione inutile, perché ormai i cittadini lo vedono come un luogo di chiacchiere inconcludenti.

In effetti, il Parlamento sembra spesso una reliquia di una democrazia rappresentativa ormai inesorabilmente demodé. Del resto, pressoché ovunque in Occidente è il governo - non il Parlamento - a partorire la maggior parte delle nuove norme. Dalle aule parlamentari passa più che altro la ratifica di decisioni prese altrove, o il lavoro di fino nella tutela dei diversi interessi in campo. Anche la funzione di ricomposizione delle differenze politiche, attraverso gli argomenti della discussone razionale, è stata ormai esiliata dai Parlamenti. Forse una grande prova di retorica parlamentare non ha mai spostato gli equilibri di una votazione: ma c'è stato un tempo in cui chi prendeva la parola in un'assemblea democratica cercava di persuadere l'avversario, non si limitava a provare a distinguersi da lui.

Che fare? Si può provare a negare l’evidenza che le forme di partecipazione politica cambiano nel tempo e quindi insistere che il parlamentarismo gode di ottima salute, a dispetto delle apparenze. Oppure provare individuare quindi forme nuove di democrazia rispetto a quella rappresentativa, dalle forme partecipative alle forme dirette. Oppure ancora difendere l’organizzazione democratica attraverso riforme che si ispirino al modello rappresentativo per aggiornarlo: dalle riforme costituzionali a quelle elettorali, fino al tentativo di recuperare e risvegliare i corpi intermedi, come proposto da Giorgetti nel suo intervento al Meeting.

C’è poi un'altra possibilità. Preso atto della crisi non solo del Parlamento, ma dell’intera idea rappresentativa della democrazia, si potrebbe individuare una via di uscita nella ridefinizione, e riduzione, di ciò che spetta fare a un governo democratico. In altri termini, la sfiducia nelle istituzioni democratiche non è detto che debba essere subita né superata con altre formule politiche. Semplicemente, si può imparare da questa crisi ormai pluridecennale che il problema risiede nel fatto che abbiamo chiesto troppo alla politica: abbiamo riversato su di esse tutte le aspettative, i compiti e le responsabilità relative alla creazione di società in cui si vive bene. Questo ha ovviamente indebolito i corpi intermedi, tutte quelle aggregazioni di persone che si situavano a metà strada fra il singolo e lo Stato. E che possono tornare forti soltanto se lo Stato fa un passo indietro.

(*) Editoriale a cura dell’Istituto Bruno Leoni