La sfida tra liberali e statalisti

Ha ragione Antonio Martino quando, in una recente intervista, ha dichiarato che la sfida di oggi è la sfida di sempre, cioè quella tra liberali e statalisti. Personalmente, aggiungerei: tra il senso dello Stato (liberali) e la ragion di Stato o di Partito (statalisti). Come diceva anche Indro Montanelli, sono convinto che il più grande statista che l’Italia repubblicana abbia avuto sia stato Luigi Einaudi. Insieme a lui, subito dopo, affiancherei anche i nomi di Alcide De Gasperi e Giuseppe Saragat. Altri tempi? Sicuramente, ma perché tenerli fuori dal nostro orizzonte? Credo che il futuro possa nascere soltanto dall’antico, però con la forza di guardare avanti, di sognare il domani, di ritrovare gli antichi ideali di libertà, uguaglianza e fraternità. Aggiornati al nostro presente e ai nostri tempi. Questo è il sogno dei Corsari: liberali, cattolici liberali, socialisti liberali, repubblicani liberali, libertari, radicali, pionieri del pensiero politico liberale declinato in tutte le sue possibili forme. Intanto, Walter Veltroni e Nicola Zingaretti cercano, sulla stampa nazionale, di rilanciare una “nuova sinistra”, con tutti i limiti che l’iniziativa porta con sé e che ricalca i vecchi schemi del passato, invece di fare un passo indietro a favore di un futuro tutto da immaginare e che necessita di una classe politica capace di andare in cerca di strade ancora non battute, seppur con la forza della memoria. Ma che sia, perciò, una classe dirigente in grado di costruire il domani senza risultare un prodotto ormai scaduto. Altrimenti, non ne usciamo. Siamo incagliati nell’eterno presente.

Nell’editoriale di Arturo Diaconale, pubblicato martedì scorso, intitolato appunto “il caso Salvini e l’occasione del centrodestra”, il Direttore ha saputo delineare, in modo chiaro e ineccepibile, un preciso ragionamento politico, motivandolo in maniera lucida e coerente. È un ragionamento che mi sento di sottoscrivere in pieno. In particolare, quando Diaconale, al termine dell’articolo, tira le somme del suo discorso e scrive: “La riflessione ha una sola conclusione: sostenere Salvini per ricompattare il centrodestra e metterlo in condizione di tornare al governo per provocare quel cambiamento mai concretizzato nel passato”. Giusto. Personalmente concordo. Però, vista la delicatezza del momento politico che l’Italia sta attraversando, credo sia importante anche ipotizzare uno scenario diverso: e se fosse la Lega a non aver interesse a rientrare nell’alveo di una coalizione con Forza Italia? Almeno senza questa urgenza e nemmeno nei tempi che qualcuno immagina?

In tal caso, oltre alla giusta disanima politica del Direttore, forse, sarebbe auspicabile coltivare anche un dubbio. Soprattutto se si vuole arrivare al voto, per le prossime e imminenti elezioni europee, senza inseguire la Lega in una disperata rincorsa, ma dando forza a una proposta liberale e riformatrice che sia riconoscibile dall’elettore e non in una posizione di sudditanza rispetto all’ex alleato, ora al governo con il M5S. Servirebbe una connotazione liberale, popolare, innovatrice, forte, europeista, quindi non troppo chiusa e identitaria, ma nemmeno con una posizione schiacciata sulla Lega nel tentativo di farla tornare nei ranghi della coalizione. Matteo Salvini sta giocando le sue carte e punta ad un risultato ampio alle consultazioni della primavera prossima. Del resto, come si sa, alle Europee, vige una legge elettorale proporzionale e, dunque, ogni partito corre per conto proprio e, quindi, ciascuno − a cominciare da Matteo Salvini − ha interesse a rimarcare la propria identità rispetto agli altri e a caratterizzarsi in modo marcato per attrarre il maggior numero di voti senza confondersi con gli altri partiti. Anzi, è nei confronti degli altri partiti, in particolare ai più vicini, che la Lega vorrà togliere consensi per accaparrarseli per sé. Questo, infatti, a ben vedere, è l’interesse di Salvini che, in questa fase ormai pre-elettorale, non può riavvicinarsi al centrodestra perché la logica delle Europee è quella di andare ciascuno per sé, divisi e competitivi. Come la logica della legge proporzionale suggerisce.

E allora? L’ho già scritto e ripetuto più volte nei mesi passati e, addirittura, nei mesi che hanno preceduto la campagna elettorale delle ultime consultazioni politiche: inseguire, oggi, lo stesso schema di alleanze risalente al 1994 senza connotarlo di una novità politica al passo coi tempi, rischia di restare un tentativo vecchio o, comunque, datato. Come dimostra l’esito delle urne del 4 marzo scorso, in cui il centrodestra è risultato lo schieramento vincente, ma senza esserne vincitore. E poi sappiamo come è andata.