Lo Stato di diritto, solo quando fa comodo

Lo stato di diritto. Toh, chi si rivede. Ma solo quando fa comodo. Con la stagione estiva 2018, tra gli intellettuali di sinistra, sempre più disperati e alla ricerca di consenso, ecco tornare di moda un concetto che in altre e precedenti epoche veniva deriso in nome del sostanzialismo giudiziario. Tanto per fare un esempio, ne sa qualcosa − anzi ne sapeva, buoananima – proprio il mai abbastanza compianto Marco Pannella. Che quando era lui a farle le sacrosante battaglie per questo fantomatico “stato di diritto”, che in Italia ognuno ha sempre tentato di tirare dalla propria parte, veniva calunniato e deriso dagli uomini dell’ex Pci. Oggi lo stato di diritto viene evocato – e spesso giustamente – rispetto a questo problema dei migranti, appositamente ingigantito dal demagogo leghista Matteo Salvini, per tentare di buttare un po’ di fumo negli occhi degli italiani e tentare di non fare vedere loro i disastri economici che sta provocando l’altro vicepremier, demagogo anche lui ma pure peggio, di nome Luigi Di Maio.

Ma quando lo stato di diritto era la battaglia sulle carceri, o l’inchiesta “7 aprile”, in cui il Pci tentava di liberarsi  mediante un pm come Pietro Calogero, di tutti i gruppettari filo brigatisti e filo lotta armata alla propria sinistra che inficiavano le velleità governative e di alternativa politica alla Dc, non si badò di certo alle regole. Uomini come Emilio Vesce, Franco Tommei e Toni Negri – e persino il povero giornalista Pino Nicotri – vennero sommersi da accuse assurde, come quella di essere il vertice vero delle Br. Per Nicotri si arrivò a dire, falsando una perizia fonica, che era stato lui a fare l’ultima telefonata alla famiglia Moro per far ritrovare il cadavere in via Caetani, mentre anni dopo venne fuori che era stato Valerio Morucci. Tutti costoro furono sommersi da accuse che potevano costar loro secoli di carcere. E prima del processo si fecero cinque anni di galera preventiva, moltissimi da innocenti. E quando Pannella candidò in Parlamento, facendolo eleggere, Toni Negri – che poi si dimostrò indegno fuggendo in Francia – come simbolo proprio di quello stato di diritto che all’epoca era violato dallo stato a trazione di Ugo Pecchioli, invece che di Matteo Salvini, fu bersagliato dagli insulti sostanzialisti e giustizialisti degli uomini del Pci di allora.

Che mutatis mutandis non erano meno beceri di quelli di oggi dei capataz leghisti contro gli immigrati. Se cambiamo scenario e passiamo al caso Tortora, anche allora tante delicatezze degli editorialisti di “Repubblica” sullo stato di diritto violato non ce ne furono. Anzi, c’era una certezza antropologica sulla sua colpevolezza che si basava sul fatto che uno che faceva programmi nazionalpopolari come “Portobello” per ciò solo doveva essere sospettabile e colpevole. E nessuno difese lo stato di diritto quando uscirono sul “Corriere della sera” interviste a giudici restati anonimi che accusarono Tortora – altro candidato radicale, ma al Parlamento europeo – di avere rubato i fondi per i terremotati dell’Irpinia raccolti da Antenna tre. Gli esempi dal dopoguerra a oggi sono infiniti. E chi calpestò, in nome del sostanzialismo e del populismo d’antan, lo stato di diritto fu sempre e immancabilmente l’ex Pci.

Per cui oggi fanno un po’ sorridere e un po’ incazzare gli appelli che si moltiplicano in tal senso contro gli esponenti di questo governo. Non perché questi ultimi non meritino di essere censurati. Ma il fatto è che “la predica” risulta indigeribile dal pulpito dei vari Zagrebelsky e compagnia cantante di “Repubblica”. Il giornale che inventò ante litteram una giustizia fatta di sospetti. Quando Travaglio doveva ancora nascere o quasi. Dal caso Andreotti al linciaggio del giudice Corrado Carnevale, passando per Tortora e gli autonomi del “7 aprile”, per finire con il processo di piazza a Berlusconi, basta avere un po’ di memoria, non selettiva. Chi è stato causa del nostro male comune e dello strame dello stato di diritto adesso non è credibile quando strepita contro Salvini.