Tra promesse e intimidazioni

Che si sarebbe arrivati al nodo dei conti era ovvio, meno ovvio era arrivarci così, con questo clima e queste intimidazioni.

Da giorni, infatti, la chiamata alle “armi” di chi vorrebbe distruggere Matteo Salvini e tenere al guinzaglio l’Italia è salita di tono e parecchio. Nel Paese, non a caso, si è intensificata la carica delle penne “Agit-Prop” guidata da “la Repubblica” e dal coro dei radical chic, nell’Unione europea quella dei tromboni che sputano veleno sui cosiddetti populisti.

Come se non bastasse, le agenzie di rating, sul comportamento delle quali bisognerebbe approfondire eccome, hanno preso in mano la scure dei giudizi per intimorire a destra e a manca. Sia chiaro, problemi ce ne stanno sul serio, ma le colpe, è bene che si sappia, sono in gran parte di tutti quelli che oggi minacciano e pontificano, accusano e giudicano.

Insomma, il Paese è vittima proprio di quei colpevoli che oggi fanno le vittime e gettano fango su Salvini e sulla Lega attuale. Va da sé, infatti, che se ci ritroviamo un debito enorme, l’immigrazione incontrollata, la Legge Fornero, l’apparato pubblico furbetto, le infrastrutture fragili, il sud abbandonato e gli enti inutili a gogo, la colpa non è certo di Salvini. Ecco perché viene da ridere a leggere Eugenio Scalfari, che incita a un fronte democratico contro il pericolo dei populisti, fascisti, sfasciatutto, della maggioranza. Oltretutto, il grande Eugenio, nel pistolotto mette Berlinguer tra i padri della Repubblica, affiancandolo a De Gasperi, mistificando come spesso accade la realtà storica. Accanto a De Gasperi, infatti, nella formazione della Carta e del Paese, non c’era Berlinguer, ma un certo Palmiro Togliatti, che da sodale di Stalin aveva portato in Urss, libertà e democrazia… Insomma Scalfari, motu proprio, salta quasi trent’anni, dal 1946 al 1972/’73, anno in cui Berlinguer prese in mano il Partito comunista italiano divenendone il leader e segretario.

Per farla breve ancora una volta, i radical chic scrivono la storia a loro piacimento pur di far tornare le cose e confondere lucciole per lanterne. Bene, anzi male, se l’Italia è diventata purtroppo il colabrodo che vediamo è proprio per via di decenni di politiche economiche da socialismo reale, volute e votate, dalla Dc, dal Pci e dal centrosinistra. Lo statalismo forsennato, la devastazione della previdenza, la Cassa per il mezzogiorno e gli scandali sul sud, il clientelismo e gli enti inutili, fino alle opacità e alle ombre sulle privatizzazioni; tutto sempre voluto e votato dai cattocomunisti al potere. Ecco perché oggi allarmare il mondo sul pericolo Salvini e soci, sui populisti illiberali, sul rischio dei conti pubblici in mano ai leghisti, è da spudorati a dire poco.

L’Italia non affonderà con lo spread e per lo spread, non converrebbe ai mercati innanzitutto, perché se crollasse l’Italia si porterebbe dietro mezzo mondo e gli speculatori lo sanno benissimo, come lo sanno i giullari di corte dell’Europa.

Al netto di tutto ciò resta il problema dell’irrealizzabilità del contratto pentaleghista, perché per tutto i soldi non ci sono, dunque bisogna scegliere cosa fare. Sta tutto qua il nodo tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, tra il programma di centrodestra e quello grillino. Fossimo in Salvini non molleremmo di un centimetro, perché in fondo, si sa, chi lascia la strada vecchia per quella nuova…