Privatizzazioni serie per una democrazia matura

La tragedia del viadotto Morandi a Genova ha aperto dopo decenni il problema delle privatizzazioni fatte negli anni ‘90 dai vari governi Prodi e D’Alema e purtroppo anche con una larvata condiscendenza del centrodestra. Le cronache di questi giorni stanno evidenziando le anomalie, non solo della concessione della società autostrade, ma di tutte quelle che sembrano in conflitto con i vari interessi dello Stato. Credo che sia giusto rivedere le varie concessioni mediante una commissione d’inchiesta parlamentare e nel contempo, se si vuole rompere con il passato, attivare la Corte dei conti per danno erariale ove si riscontrino forti penalizzazioni per il pubblico. Altro aspetto fondamentale è quello di evitare commistioni tra i vari magistrati giudicanti e il potere privato con una leggina ad hoc. Va comunque combattuta la deriva estremista manipolata dai media “liberalizziamo tutto”, o quella ideologica “tutto allo Stato”.

Una democrazia matura deve saper valutare prima di tutto gli asset strategici come le telecomunicazioni, le reti tecnologiche le infrastrutture primarie, quelle energetiche e cosi via. Il servizio che va dato ai privati deve essere funzionale e costare meno se lo gestisce lo stato, produrre utili all’impresa che lo gestisce e non essere una sopratassa sugli utenti. L’Iri, su cui si è detto di tutto e l’opposto di tutto è stata una esperienza con luci ed ombre: molte cose hanno funzionato bene e altre male. L’Italstat, società del gruppo nel settore costruzioni, ha realizzato in tempi certi e con lavori ben fatti la stragrande maggioranza delle opere pubbliche che oggi manifestano l’usura degli anni. Lo stesso si può dire di Enel: difficilmente i privati avrebbero elettrificato il Paese e le campagne in particolare, perché per il privato sarebbe stato troppo oneroso. Altrettanto possiamo dire per Eni, che ha anche più volte svolto il ruolo di “ambasciata d’Italia” in scenari internazionali difficili.

Queste considerazioni per non demonizzare il ruolo del Pubblico. Certamente esiste un problema di qualità della classe politica del suo valore e della competenza di chi ci governa e di chi nominano in questi enti. Ultimo aspetto non secondario di cui dobbiamo prendere atto è l’esistenza di un capitalismo e di una borghesia imprenditoriale cresciuta con il motto “vincere facile senza rischiare”. Dobbiamo aprire un cantiere culturale dove i riformisti superando i vecchi steccati di destra e sinistra in base alle loro convinzioni culturali: liberali, liberal socialisti, popolari e laici si confrontino democraticamente per realizzare un programma di governo per il terzo millennio.