Chi è causa del suo mal, pianga se stesso

Non basta prendere le distanze dal “decreto forca contro la corruzione” per marcare la differenza. “Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”. Per Matteo Salvini che ora si “gode” gli effetti di uno stato di polizia che lui medesimo sta contribuendo a edificare, mattone dopo mattone, è giunto il momento delle “decisioni irrevocabili”. Tanto per usare un linguaggio cui ama spesso strizzare l’occhiolino. O si sta con il partito dei pm, della galera per tutti, di Piercamillo Davigo e dei grillini in più o meno Bonafede (Alfonso), o con lo stato di diritto. In questo ultimo caso si ha diritto a strepitare e a cercare solidarietà contro chi sta prosciugando i conti - soprattutto futuri - della “nuova” Lega salviniana sta di fatto mettendone il leader in perenne fuorigioco. Altrimenti no.

Oltretutto in questo decreto anticorruzione c’è una norma che presto paralizzerà ogni lavoro pubblico e ogni appalto in maniera ben peggiore del tanto osannato (da Raffaele Cantone) codice degli appalti. E cioè questa storia del Daspo a vita dai lavori della Pubblica amministrazione per i corrotti ma soprattutto per i corruttori. Quelli che il vicepremier Luigi Di Maio chiama “prenditori”. Ebbene, gli italiani “prenditori” - o imprenditori che dir si voglia - in grado di partecipare ad appalti pubblici come la costruzione o la ricostruzione di viadotti, tanto per fare un esempio, si contano sulle dita di una mano. E quelli che già non hanno avuto in passato (da Tangentopoli in avanti) una condanna per corruzione o finanziamento illecito dei partiti su quelle di una mano sola.

Una volta “daspati”, tutti costoro non ci resta che chiamarli dall’estero e spendere molto di più, con buona pace dello slogan “prima gli italiani”. Futuro ipotetico nome del partito di Salvini. Poi se “daspiamo” o “dasperemo” anche i “prenditori” stranieri che eventualmente pagheranno mazzette in Italia il problema diventerà ancora più grande: ci mandiamo Luigi Di Maio e Danilo Toninelli con la cazzuola a ricostruire il ponte di Genova? È una questione aritmetica: niente imprese, niente lavori pubblici. La decrescita (in)felice teorizzata dal vecchio e fantapolitico ideologo Gianroberto Casaleggio sarà diventata una triste realtà.