Kyenge, tra razzismo e propaganda

“Nasce Afroitalian Power Initiative, per dare voce a chi voce non ne ha. È tempo di farsi valere”. Lo ha annunciato via Facebook Cécile Kyenge, che ha deciso di esortare gli africani presenti in Italia a “dimostrare che ci siamo, contro i soprusi e la discriminazione, per un futuro e un presente di rispetto, coesione, benessere e pace sociale”. “Viviamo un momento storico in cui il rispetto della nostra identità di afro-italiani e dei nostri diritti sono costantemente messi a repentaglio: c’è chi vuole impedire ai nostri figli di usufruire dei servizi scolastici, c’è chi ci discrimina per il colore della pelle, c’è chi ci impedisce di vivere da persone libere” prosegue l’ex ministro di origine congolese. Facile intuire quanto sia difficile tenere la lingua a freno evitando di vergare un articolo di fuoco contro la signora in questione la quale continua a pescare nel torbido nella speranza di allungare la propria vita politica. Ma tant’è, ci proveremo.

Qualcuno ha giustamente osservato quanto Cécile Kyenge sia la prova vivente della sua ipocrisia dato che, se da un lato continua ad agitare lo spauracchio razzista, dall’altro ha dimostrato quanto sia possibile giungere dal Congo, laurearsi in medicina, specializzarsi, sposare un italiano ed imboccare con un certo successo la carriera politica fino a giungere ai più prestigiosi livelli istituzionali. La vita stessa di Cécile Kyenge dimostra quanto l’Italia sia inclusiva, ma evidentemente tutto ciò non le basta: con un tono tra il prosaico, il minaccioso e l’arrogante (più vicino al violento Malcolm X che a Martin Luther King) la signora incita i protagonisti di quella che chiama “la diaspora africana in Italia” (non si capisce se si riferisca anche agli irregolari) a difendere la propria identità, a farsi valere, ad imporsi come protagonisti, a pretendere di contare.

Quindi secondo il kyenge-pensiero chi arriva in Italia scappa da una situazione di guerra, fame e violenza e casca dalla padella nella brace quando, arrivati in Italia, i migranti trovano un clima insopportabile, zeppo di sfruttamento, soprusi e razzismo. Buono a sapersi, perché fino ad oggi il pensiero imperante ci aveva imposto la tesi esattamente opposta (scappano dall’inferno e per questo dobbiamo accoglierli) facendoci credere inoltre che i mansueti afroitaliani non abbiano alcun desiderio se non quello di inserirsi pacificamente e collaborare: adesso invece siamo passati alla pretesa vibrante, alla rivendicazione dura e pura.

Ma perché tanto livore da parte di Cécile Kyenge? Ma crede davvero, costei, che in Italia esista un odio basato sul colore della pelle e sulla provenienza geografica? Francamente noi pensiamo che neanche l’ex ministro in questione creda a ciò che dice, ma che giochi invece a fare del sindacalismo peloso perché sente che la sua stella comincia a spegnersi. Quando il Partito Democratico aveva impostato tutta la sua campagna di comunicazione propagandistica su parole d’ordine come “multiculturalismo” e “integrazione”, Cécile Kyenge fu “usata” per dare un tocco di esotica coerenza al modello comunicazionale. Dopo le continue polemiche scatenate dalla signora, le pessime prove date come Ministro e come comunicatore ma anche alla luce della nuova stagione politica in cui certi claim cominciano a non essere più molto appealing, il destino della eurodeputata Partito Democratico sembra politicamente segnato.

Abbiamo quindi come il sospetto che questo sia un mero tentativo di lucrare politicamente sulla paura del bianco razzista e violento, facendo massa critica a protezione della propria cadrega. Congo o Italia, i metodi per conservare la poltrona alla fine non sono così dissimili: crearsi una claque per poi sfruttarla in termini numerici giustificando così la propria esistenza nelle istituzioni in virtù del fatto che si rappresenta un mondo, un bacino di consenso. Anche questo è sfruttamento dell’uomo nero.