La democrazia illiberale

L’Antisistema trionferà”. Parola di sovran-populisti. Un po’ come la questione dell’Antistato mafioso negli anni Novanta del secolo scorso. Ovviamente, il ragionamento ha un baco intrinseco che lo rode dalle fondamenta, uccidendolo in culla malgrado la respirazione ventilata cui viene quotidianamente sottoposto sia dai sodali che dagli irriducibili avversari dello “status quo”. Perché come il guaio maggiore scaccia quello minore, a élite corrotte se ne sostituiscono altre vergini che però a contatto con il potere reale si corrompono più rapidamente e scompostamente di quelle di prima che, se non altro, essendo più anziane erano state educate a un minimo di mediazione e di contemperazione degli interessi collettivi in gioco. Così, dalla democrazia liberale siamo passati a quella illiberale in un processo tanto repentino quanto sorprendente, accompagnato dalla reazione isterica del bel mondo dorato del mainstream finanziario e dell’economia globalizzata. Ultimo terremoto in ordine di tempo: i “Gilets Jaunes” che chiedono come il Movimento Cinque Stelle l’introduzione dell’istituto del referendum propositivo popolare. Le ragioni, se vogliamo, sono chiarissime.

Nel corso del Novecento, soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale e dopo la Guerra Fredda per l’Est Europa, il cittadino occidentale aveva preso confidenza con gli strumenti della democrazia rappresentativa che delegava al corpo parlamentare e alle élite politico-intellettuali i processi legislativi e quelli decisionali, relativamente alla programmazione a medio e lungo termine. Poiché da che mondo è mondo le campagne elettorali costituiscono un onere non indifferente, i candidati si sono fatti sponsorizzare per la copertura delle spese (in modo più o meno trasparente e, non di rado, occulto) dalle più disparate lobby socioeconomiche e sindacali. Il difetto macroscopico della (fu?) democrazia rappresentativa è dovuto al sempre maggior distacco tra eletti e cittadini, dato che questi ultimi conoscono poco o nulla dei loro candidati lasciandosi convincere a votarli dall’intermediazione sia dei Partiti legalmente riconosciuti, sia del circo mediatico. Il che ha causato un crescente, irrefrenabile malcontento per il progressivo, inesorabile e rapido abbandono delle promesse elettorali da parte degli eletti. Con l’avvento dei social network, i partiti padronali, come quelli comandati dagli apparati si sono progressivamente sgretolati a causa del cortocircuito tra leader e follower, che a molti milioni ne seguono le dichiarazioni e le prese di posizione quotidiane.

Bruciati dalle malefatte della globalizzazione e delle frontiere aperte per cui entra in casa non chi vogliamo noi ma chi di prepotenza lo vuole (grazie al Cavallo di Troia dell’Asilo politico che tramuta i clandestini in profughi di ogni tipo), i cittadini digitali hanno capito come disfarsi degli orribili, insopportabili costi della democrazia rappresentativa: sorteggio dei parlamentari e referendum propositivi (con o senza quorum, resta ancora da stabilire). Il che, come ho più volte fatto notare, andrebbe benissimo se i sorteggiati avessero grande esperienza della politica dei territori e fossero culturalmente ben ferrati in politiche economiche pubbliche e nel “drafting” degli elaborati normativi. Aspetto che, collettivamente, equiparo al possesso della patente nautica per guidare il Titanic Italia tra i ghiacci affioranti. Il sorteggio dei “patentati”, poi, deve essere vincolato ai tre fondamentali parametri della piramide d’età suddivisa per sessi e alla residenza territoriale, in modo da “pantografare” correttamente la realtà nazionale. La “Balance-of-powers” si completa affiancando a un Parlamento completamente indipendente sia un forte potere esecutivo a elezione diretta, sia una magistratura indipendente e una Presidenza della Repubblica super partes. Sì che allora si potrà dire: “Nuovo, vieni pure avanti!”.