Dies Sinae

“Dies Irae”? O “Dies Sinae” (i giorni della Cina)? L’Italia è ormai un Paese di grida che ha perduto i sussurri. E, quindi, si trova da tempo nel caos più totale per l’inciviltà stessa dei suoi cittadini e dei politici che li rappresentano. Tutti odiano tutti.

Non esistono più i margini, cioè, per il “fair play” sulle intese trasversali strategiche che impegnino nel medio-lungo periodo l’establishment (politico, sindacale, amministrativo) italiano per la realizzazione di grandi progetti, come quelli sulle infrastrutture territoriali, che colleghino da qui al 2050 lo spazio fisico nazionale al suo interno e al resto del mondo. Tranne i soliti esperti e i loro circoletti chiusi, c’è qualcuno tra le decine di migliaia che si occupano di comunicazione e media (non parliamo poi, per carità di patria, dei molti miliardi di segmenti di commenti auto-disinformati e, quindi, di consistenza analitica nulla, prodotti quotidianamente dalla Rete dei social) ad avere una nozione approfondita sulla Bri (“Belt and Road Initiative”) di Xi Jinping? Credo di no. Altrimenti avrebbero scoperto delle cose molto interessanti.

Una, in particolar modo: alla Cina (che consuma il 16 per cento dell’energia di derivazione fossile nel mondo, seconda solo agli Stati Uniti che vantano il record del 21 per cento!), almeno per il momento, interessano molto di più dell’Europa l’Asia Centrale e quella Mediorientale che va dagli Emirati all’Iran. Ovvero, in primo luogo, i cosiddetti “Stan States”, da “terra di”, Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kyrgyzstan, Tajikistan in cui le riserve di gas dei primi tre assommano a qualcosa come 130 miliardi di metri cubi! L’attraversamento via terra della Turchia è, poi, di assoluta importanza strategica per gli oleodotti e i gasdotti provenienti dagli Stan States (rigorosamente a maggioranza islamica!): rete che farebbe aumentare di decine di volte il loro Pil interno, con analoga crescita esponenziale verso quelle aree delle esportazioni di beni di massa prodotti in Cina. Per di più, una loro più stretta interdipendenza economica e politica dal Gigante Giallo è di vitale importanza per Pechino, al fine del controllo della regione cinese autonoma dell’Xinjang a maggioranza Uiguri (etnia turcofona e turbolenta di religione islamica), confinante con gli Stan States.

La geostrategia di Pechino è chiarissima osservando con la dovuta attenzione il grafico che disegna il tracciato della Bri, in base al quale le scelte di macropolitica economica cinese del prossimo mezzo secolo sono sostenute da due immense dorsali di flussi planetari di capitali, finanza, merci, tecnologia, persone e know-how. La prima, è una grande via di terra, denominata “Silk Road Economic Belt”, che attraversa tutta l’Asia Centrale, penetrando poi in Iran Turchia, Europa dell’Est con terminali, rispettivamente, a Mosca, Rotterdam, Venezia. L’altra rappresenta la sua complementare marittima “Maritime Silk Road” del XXI secolo, che riparte dal vertice veneziano per ricongiungere poi gli altri due continenti, passando per Atene, Djibouti (qui le infrastrutture cinesi sono già in stato molto avanzato, v. “The Economist” dell’8 marzo, testimoniando tra l’altro il grande vantaggio rispetto all’Occidente che la Cina ha acquisito sul Continente Nero), Nairobi, Kolkata in India, Colombo, Jakarta, Fuzhou in Cina. Ça va sans dire (ma noi diciamolo!) che la Bri sia un favoloso volano, una volta realizzata, per trasferire più lontano possibile le produzioni cinesi a basso contenuto di know-how e ad alta densità di manodopera, alleggerendo così drasticamente il carico non più sostenibile per Pechino dell’attuale inquinamento atmosferico e del crollo delle esportazioni relative, che causano l’attuale, forte rallentamento della crescita annuale cinese. A buon intenditor...