Chaouki-Salvini: lo strano asse antiterrorismo

La lunga intervista del vice direttore di “Libero”, Pietro Senaldi, al “capo della moschea di Roma”, Khalid Chaouki, non può passare inosservata. Dopo anni di critiche e richiami, non può che rallegrare il nuovo profilo assunto dall’ex deputato del Pd, se è vero come afferma nell’intervista di voler finalmente “sradicare l’estremismo dall’Italia”.

Le argomentazioni messe in vetrina nell’intervista sono inusuali per lui, come la terminologia impiegata. Quando era nel “mondo chiuso” e “alienante” di Montecitorio, si è sempre ben guardato dal parlare di radicalizzazione nelle carceri, di azioni di monitoraggio e prevenzione, delle centinaia di luoghi di culto illegali gestiti da “imam autoproclamati che nessuno controlla” e quindi della necessità d’istituire un albo degli imam autorizzati a svolgere tale funzione.

Anche la sensibilità manifestata verso le “donne islamiche vittime di violenza o segregazione domestica”, delle quali si era finora disinteressato, è una lieta novità, sebbene l’idea di un “numero verde” ha poco di originale (l’Associazione delle Donne Marocchine in Italia ne gestisce già uno e da tempo).

Una lieta novità è inoltre la dismissione dell’abito terzomondista indossato sui banchi dell’ala sinistra di Montecitorio in materia d’immigrazione. Eccolo dunque stigmatizzare la “mancanza di regole certe e di fermezza nella politica migratoria italiana” e criticare “l’identità di paladina degli immigrati” di una “certa sinistra”, quella a cui apparteneva prima dell’intervista su “Libero”.

Chaouki “di destra” e contrario “all’immigrazione di massa”, “perché no?”. Acqua passata è ormai il video del famoso rapper Bello Figo, nel quale Chaouki compariva con il camice bianco e il volto soddisfatto mentre puniva un bambino italiano perché “da Palermo a Torino scoppierà un casino / se l’Europa è un altra storia / se Roma non è Berlino / è la paura di qualcosa che ormai vive qua vicino / e non ti salverai in Padania, non esiste in nessun libro... è la storia di un normale cittadino impazzito, era clandestino, adesso è un assassino”.

Acqua passata è la menzione guadagnata in qualità di “leader islamico radicale” in un dossier sull’estremismo in Italia elaborato dal Centro Militare di Studi Strategici del ministero della Difesa. Acqua passata anche per “Libero”, che aveva denunciato il “deputato piddino” e l’ipocrisia dei “talk-show [che] se lo contendono” perché “moderato” (si veda l’articolo di Filippo Facci “Quando il ‘moderato’ Chaouki diffondeva rap che inneggiava a violenza e terrorismo”, 25 dicembre 2016).

Davvero un “curriculum inattaccabile” il suo, non c’è che dire. Oggi, siamo di fronte a una “massima autorità”, massima per essere all’altezza di “Matteo”, invitato a visitare “il più imponente centro islamico d’Europa” per siglare un “patto anti-terroristi”. Ma a cosa è dovuta la conversione di Chaouki? E quella di “Libero”? Nel caso del quotidiano, non avanziamo speculazioni. Per quel che concerne il Presidente della Grande Moschea di Roma, verosimilmente all’ambizione propria di tutti i “capi” delle varie comunità musulmane in Italia: quella di vincere la corsa per accreditarsi come interlocutore privilegiato (se non unico) del governo di turno, con la speranza d’indurlo a concedere il tanto agognato “riconoscimento dalle istituzioni” e di prendersene il merito per poi godere di maggiori vantaggi rispetto ai contendenti, soprattutto in termini economici.

Nulla di nuovo pertanto all’ombra della mezzaluna in Italia, per quanto lo strano asse Chaouki-Salvini lanciato su “Libero” presenti indubbiamente degli elementi di originalità. A dove (ci) porterà? Vedremo se il “patto anti-terroristi” che Chaouki sembra voler siglare bilateralmente con il ministro dell’Interno, escludendo le altre comunità, si rivelerà una scatola vuota, come accaduto con la Consulta per l’Islam italiano e il più recente Patto nazionale, un esercizio da ripetersi a ogni cambio di Ministro al Viminale.

D’altro canto, originalità a parte, l’asse Chaouki-Salvini presenta punti oscuri su cui, se non i diretti interessati, il “Libero” giornalismo è sicuramente chiamato a far luce. “I musulmani non devono più prendere soldi dai Paesi stranieri con agende discutibili per praticare la loro fede e aprire luoghi di culto”, dichiara perentoriamente Chaouki nell’intervista. Un modo per allontanare lo spettro di un suo possibile coinvolgimento nella vicenda “Qatar Papers”?

Prima di assurgere all’incarico di parlamentare Pd transitando per i buoni uffici di Livia Turco, Chaouki è stato infatti leader giovanile dell’Ucoii, l’Unione delle Comunità Islamiche in Italia a cui sono affiliate le numerose associazioni in tutto il paese che traggono ispirazione dall’ideologia fondamentalista dei Fratelli Musulmani, il punto di partenza dell’intera galassia del terrorismo jihadista contemporaneo. Il Qatar è notoriamente il principale sostenitore a livello mondiale della Fratellanza e i “Qatar Papers” documentano i copiosi finanziamenti che da Doha sono giunti nelle casse dell’Ucoii e dei suoi satelliti territoriali (50 milioni solo nel biennio 2013-14).

Qatar, Fratelli Musulmani, Ucoii: Chaouki ne sa qualcosa? Nessuna domanda gli è stata posta al riguardo da “Libero”. E Salvini? Minniti, il suo predecessore, ha ammesso ai due giornalisti francesi che hanno confezionato i “Qatar Papers” di essere a conoscenza del triangolo di finanziamenti, sebbene non abbia ritenuto di prendere provvedimenti. “Matteo” ne sta seguendo il cattivo esempio? Dalla sua malcelata liaison con Doha, estesa a tutto l’attuale esecutivo e al sistema-Italia nel suo complesso, si potrebbe ipotizzare di sì, visto anche il silenzio stampa del leader della Lega sullo scandalo denunciato dai “Qatar Papers”.

Cosa si nasconde dietro lo strano asse Chaouki-Salvini? Quali intrecci e brutte sorprese? Un giorno chissà l’ex Ucoii e moderato del Pd si candiderà con la Lega, visto che con la politica ha chiuso ma solo “per ora”. Nel frattempo cresce l’inquietudine per come è affrontata la questione dell’Islam in territorio italiano e per coloro attualmente deputati a dirimerla.