Una liberale alla Lega, parla Cinzia Bonfrisco

Senatrice leghista in carica, di formazione liberale, Anna Bonfrisco, Cinzia per gli amici, ha deciso di correre alle Europee nel collegio Italia centrale.

Perché questa decisione?

Perché l’Europa è ormai davanti a un bivio e molto dipenderà dall’esito di queste elezioni. O riusciremo a costruire un’Unione europea rispettosa delle specificità e delle tradizioni dei singoli popoli che la compongono o avremo un panorama di omologazione e di forzata uniformizzazione che sarà desolante e culturalmente povero e, in ultima analisi, probabilmente rifiutato fino a mettere a rischio la stessa Unione. La Lega è il più sicuro strumento per costruire per davvero l’Europa, ma un’altra Europa, un’Europa dei popoli.

Lei è una dirigente d’azienda, un’economista per cultura naturalmente portata alla gestione. Come mai l’Europa anziché il Parlamento italiano?

Credo che ormai l’Europa sia diventata talmente determinante per tutte le decisioni che riguardano i singoli stati nazionali, che il miglior modo di favorire una corretta gestione economica degli affari italiani, sia di essere presenti là dove si prendono decisioni che inevitabilmente ci riguardano.

Lei ha sempre intrattenuto buoni rapporti con i conservatori, britannici ed europei. Però il processo di Brexit ha allontanato questa prospettiva. Quali alleanze si augura per il prossimo Parlamento europeo?

Mi auguro fortemente che l’innaturale alleanza tra popolari e socialisti finalmente si possa concludere. Che i popolari guardino alla loro destra verso tutte quelle forze nuove, come la Lega, che hanno un’ispirazione molto più simile alla loro. Che, insomma, sia la linea di Manfred Weber ad imporsi, per il bene dell’Europa. In fondo, “popolari” e “populisti” hanno lo stesso etimo, che è poi il popolo, sovrano in democrazia.

Lei è candidata nell’Italia centrale (Lazio, Toscana, Umbria, Marche) che comprende Roma Capitale. Cosa pensa si possa fare nello specifico per Roma dal Parlamento europeo?

Riconoscere l’unicità di Roma come simbolo dell’Europa. Di quell’idea di Europa che in fondo è bimillenaria e che trovò nel latino la sua lingua comune e nel diritto romano la sua religione civile. Unicità che in passato ci venne riconosciuta, quando, con atto fortemente simbolico, fu proprio a Roma che, su impulso di Gaetano Martino, vennero firmati i trattati costitutivi dell’Europa comunitaria. 

I cosiddetti “sovranisti” potranno evolvere come i naturali successori degli attuali conservatori europei?

Successori, ma in parte anche alleati, perché portatori di istanze simili, ma declinate in modi diversi. L’esperimento di Viktor Orbán, in questo senso, è interessante, perché è il tentativo di conciliare forze di genesi molto diversa. E vi dovrà essere anche una significativa presenza dell’idea liberale, fondamentale per la rinascita del concetto d’Europa nell’era moderna. Ma liberale, non “liberal”. 

L’Europa ha un problema di democrazia. Le istituzioni realmente federali hanno poco potere, gestito in realtà da burocrazie lontane, che rispondono solo agli Stati più potenti. Crede che la richiesta di maggior federalismo reale possa portare a più democrazia?

Un cittadino lituano deve poter contare quanto un francese in un’Europa che sia realmente democratica. E questo, io credo, si può raggiungere solo in una costruzione in cui le istituzioni federali siano predominanti rispetto a quelle interstatali, in cui gli interessi consolidati degli Stati più potenti, inevitabilmente, dominano. Questo non vuole necessariamente significare un aumento dei poteri attribuiti all’Europa, ma solo una loro redistribuzione in favore del Parlamento europeo. Una diversa Europa, più democratica e meno burocratica, più aperta e meno pignola, più conscia della sua storia e meno dirigista.

Quello che manca è uno spirito di reale fratellanza europea, che invece esisteva all’inizio della costruzione comunitaria. Pensa si possa ritrovare?

Venivamo da una guerra spaventosa che lasciava di fatto tutti i Paesi dell’Europa continentale sconfitti e distrutti e il potere mondiale consegnato alle grandi nazioni-continente extraeuropee, quando De Gasperi, Adenauer e Schumann, nonostante la strenua opposizione delle sinistre (ricordiamolo ogni tanto ai nuovi europeisti di complemento) seppero proporre la via della libertà, della democrazia e dell’unione come unica strada per la rinascita del nostro continente. Era uno spirito che scaturiva da un disastro, certo, ma vivo e reale, soprattutto perché riposava su una comunanza di valori, di storie condivise, di leggende, di letture, di musiche e sulla consapevolezza di quanto la civiltà europea, pur tradita da due folli guerre civili, potesse ancora dare ai suoi popoli e al mondo. Oggi quello spirito non c’è più. Basti pensare alle inutili sofferenze ed umiliazioni imposte alla Grecia, a cui pure tanto deve l’idea stessa di Europa. Ma si può ritrovare se sapremo ritrovare un epos europeo, senza il quale non ci sarà costruzione che tenga.

Perché la Lega?

Nessuno più di me crede alla democrazia liberale. Coi suoi pesi e contrappesi, la divisione dei poteri, la libera informazione, ma la condizione prima è che ci sia democrazia, che non si spregi il popolo chiamandolo populista, che non si invochino continuamente censure, esclusioni, limitazioni alla libertà d’opinione, scioglimenti di partiti, con uno stato divenuto padrone anziché al servizio dei suoi cittadini. Occorre che il garantismo sia la regola e non l’eccezione, perché l’innocente è solo al processo che si può difendere e non può essere rovinato prima e infine che esista una comunità coesa in cui l’individuo trovi naturalmente la sua collocazione, perché l’uomo solo, su un’isola deserta, non è libero è solamente solo ed è all’interno di una unione condivisa che tanto la libertà politica che quella individuale, trovano la loro definizione. Io credo che questo la Lega l’abbia capito più e meglio degli altri e che potrà difendere, finalmente con successo, la Patria italiana in un’Europa di tutti.